
Tranne il nome e la data di morte, ben poco corrisponde a verità di queste poche parole che posero sulla mia lapide: un piccolo quadrato di marmo, collocato sopra il mio tumulo nel modesto camposanto del paese.
“Padre amoroso, marito esemplare, lavoratore indefesso,
cadde vittima di morte improvvisa.
Andreina, la moglie diletta, posuit.
18 agosto 1889.”
I – La morte della Contessa
Non è ancora mezzogiorno di questo lunedì di fine giugno e il sole, con i suoi raggi indiavolati, mi ha già cotto la pelle.
Dalle quattro di questa mattina ho la ranza tra le mani per falciare l’erba del pendio impervio che dalla villa scende a valle, fino alle rive dell’Olona. L’aria è pesante, intrisa d’umidità; la mia camicia di cotone si potrebbe strizzare. Alla cintura porto un corno di vacca riempito d’acqua con dentro la cote.
La lama della falce sibila e lancia occhiate di luce a ogni passaggio.
La grande villa padronale, un edificio a due piani dall’intonaco giallo ocra e con le persiane verde scuro socchiuse per fare entrare un refolo d’aria, sorge proprio sul ciglio della discesa che porta al fiume.
Sul davanti si apre un ampio prato con due grosse querce poste ai lati del cancello di ingresso. Il viale sfocia in un ampio piazzale di ghiaia, dove fanno manovra i cavalli e le carrozze dei signori. Dal retro della dimora, la vista abbraccia un buon tratto di valle con i fitti boschi e le ciminiere in mattoni rossi che fumano giorno e notte giù in basso.
La contessa, così la chiamano, benché sia la moglie dell’industriale che possiede il grande candeggio sull’Olona, non ha ancora cinquant’anni, ma si dice che sia malata di cuore.
La intravedo solo quando mi fermo a mangiare pane e noci e a bere acqua con un po’ d’aceto, all’ombra del grande fico che segna il confine del giardino. I fichi sono ancora verdi, ma le more sui rovi che costeggiano la tenuta sono nere e dolci.
Lei porta un abito estivo di mussola color crema, fitto di pizzi, con il corpetto chiuso sul collo e la vita stretta.
La gonna lunga le sfiora i piedi. I capelli grigi, raccolti in uno chignon basso, sono protetti da un cappello di paglia tenuto alla base da un nastro chiaro.
È accompagnata dalla sua cameriera tuttofare, la Zupeta, leggermente claudicante, che non si è mai sposata ed è invecchiata con lei. Indossa un abito scuro, un grembiule nero a fiorellini blu consumato ai bordi, e non perde mai di vista le chiavi che porta legate alla cintura.
Mi tolgo gli zoccoli di legno e mi stendo all’ombra del fico cercando un po’ di refrigerio. Le piante dei piedi, dure come cuoio, non si accorgono neppure delle punture degli steli secchi.
Mi sto assopendo quando, all’improvviso, un grido mi fa sobbalzare. Mi tiro su in piedi. Silenzio. Poi, solo urla disperate.
Lascio la ranza sotto l’albero e mi precipito verso l’ingresso della villa.
Salgo la scalinata che porta al salone e mi blocco: la contessa è distesa a terra; la Zupeta le è accanto, tanto agitata da rendere incomprensibile quello che mi grida. Poi capisco: vuole che, di corsa, corra a chiamare il medico.
Quando torno con il dottore, è ormai troppo tardi. La contessa è già rigida. Il marito è inginocchiato accanto a lei. Mi chiedono di aiutare a portare la salma nel letto al piano superiore. Esco e resto ad aspettare in silenzio.
È quasi buio quando la Zupeta mi raggiunge. Forse memore del mio aiuto, mi invita a visitare la contessa nella camera ardente che hanno preparato.
Entro. Tre candelabri per lato diffondono un debole chiarore giallognolo che illumina debolmente i pesanti paramenti viola. L’aria è irrespirabile, satura del fumo delle candele.
La contessa porta un vestito nero molto elegante con pizzi di Cantù e scarpe nuove, lucide, col tacco. All’anulare sinistro le hanno appena infilato un grosso anello d’oro con un rubino che è acceso da rossi bagliori. Lo fisso a lungo.
Cerco nello sguardo della Zupeta una conferma che quell’anello verrà seppellito con lei. Mi sembra incredibile, ma a quanto pare sono le sue volontà e quelle del marito.
Mi chiedono se posso restare a vegliarla nella notte.
Resterò.
II – La veglia funebre
È ormai buio quando entro nella camera ardente, rischiarata solo dalla luce giallognola e tremolante dei ceri ai lati della bara. Mi sono riposato qualche ora. Ho messo le scarpe di cuoio, la camicia pulita a cui mia moglie ha appena rifatto il collo e la giacca marrone di fustagno che il Giuanen, il portinaio del candeggio, mi ha prestato.
Faccio rapidamente un segno di croce, come mi hanno insegnato da piccolo.
La contessa è nella bara, le braccia incrociate sul petto. Le mani, avvolte da guanti neri, non lasciano più intravedere l’anello. Sul volto è abbassata una velina ricamata.
Due anziane donne, che portano veli neri, cantilenano il rosario sottovoce. “Ave Maria gratia plena…” “Santa Maria, mater Dei…”. La monotonia delle preghiere ha il sopravvento e fatico a tenere gli occhi aperti.
Solo il Salve Regina, insieme al rumore delle sedie smosse dalle due donne che si alzano in piedi, riesce a scuotermi dal torpore e mi alzo anch’io barcollando.
Al termine delle litanie con tutti i nomi dei santi, le donne si portano alle labbra la corona del rosario per un rapido bacio ed escono girandosi un’ultima volta verso la contessa.
È notte fonda quando i lamenti di alcuni gatti mi svegliano di colpo dal sonno. Sono versi feroci, laceranti, simili al pianto disperato di un neonato. Poi, di nuovo, il silenzio.
Cerco di riprendermi e, alla luce fioca dei ceri mezzi consumati, osservo con invidia le vesti lussuose della contessa. Abbasso lo sguardo sulle sue mani curate e sottili che confronto con le mie piene di tagli, e con le mie unghie ancora sporche di terra. Un mio dito è grande il doppio dei suoi… Questo pensiero ne richiama un altro.
Mi guardo intorno.
Esco. Scruto nel buio. Tendo l’orecchio ai rumori della notte.
Niente.
Rientro e, velocemente, mi avvicino alla bara.
Tutto succede in fretta.
Sfilo il guanto dalla mano della contessa. L’anello è lì. Cerco di sfilarlo: non ci riesco. Lo giro, provo e riprovo, ma il dito si è gonfiato.
Riprovo ancora con più forza. E all’improvviso… è l’intero dito che si stacca. mi sfugge dalle mani e rotola sotto il catafalco.
Mi gela il terrore di essere scoperto. La mente si svuota, non so cosa fare. Devo calmarmi. Devo ragionare.
Mi inginocchio e mi sporgo sotto la bara.
Eccolo.
Preso.
In fretta lo arrotolo nel fazzoletto che ho tolto dalla tasca dei pantaloni e nascondo tutto in tasca. Risistemo con mani tremanti il guanto sulla mano della contessa.
La penombra mi è complice nel mascherare quello che fatto.
Che l’alba arrivi presto!
III – Due mesi dopo
Il sole è appena spuntato.
Attraverso la valle e mi incammino sulla strada che porta a Tradate e da qui, attraverso i fitti boschi di pini e querce, mi dirigo verso Como. Lì nessuno mi conosce.
È il posto ideale per vendere l’anello che tengo in fondo alla tasca dei pantaloni, avvolto in un piccolo scampolo di velluto verde, e che stringo forte nel pugno.
Con un cenno rapido, il ricettatore, un vecchio tegnon con le mani annerite dai metalli e gli occhi avidi, mi fa cenno di seguirlo nel buio e umido retrobottega. Mi squadra dalla testa ai piedi; nota i rattoppi sui miei pantaloni, ma non dice una parola: è abituato a trattare in fretta con ogni sorta di disgraziati, purché ci sia da guadagnare.
Dal suo collo pende, appeso a un cordino di seta nera bisunta, un monocolo da orefice con la montatura in osso. Con un gesto consumato lo solleva e lo incastra nell’orbita dell’occhio, stringendo la palpebra e aggrottando la fronte per tenerlo fermo.
Sotto la luce fioca di una lampada a petrolio dal vetro affumicato osserva fin troppo attentamente l’oro e il rubino: rigira il gioiello tra le dita agili e annerite dai metalli e lo soppesa sul palmo.
La sua faccia resta immobile e inespressiva come quella della sfinge e, alla fine, senza dire una parola, mi butta cento lire, certamente inferiore al suo valore. Non contratto: mi va bene così, voglio solo andarmene al più presto.
Arraffo quei grossi lenzuoli di carta logora che mi tende, con i bordi consumati e spiegazzati, li arrotolo in fretta e li caccio in tasca. Mi allontano di corsa, guardandomi le spalle.
Già il buio avvolge ogni cosa. “Agost, fas no truà in dul bosch”, tanto più che in lontananza sento già i primi tuoni e vedo il cielo illuminato dai lampi. Mi volto a guardare: «Se ‘l tempural al vegn de la muntagna, ciapa la sapa e va in campagna; se ‘l vegn da Com, la vegn giò comm i pom!», mormoro tra me.
La stanchezza mi pesa sulle gambe, ma mi sorregge il pensiero di quello che potrò fare con quel denaro. Incomincio a fantasticare sulla nuova giacca di fustagno che mi farò fare dal Gino-sarto, penso al cotone bianco che acquisterò allo spaccio del Candeggio e che mia moglie taglierà per farne una camicia come si deve, immagino una falce nuova…
Il vento inizia a fischiare minaccioso. I fulmini squarciano il cielo scuro, seguiti da boati sempre più forti. Le prime grosse gocce mi schiaffeggiano la faccia. Non c’è tempo da perdere. Mi faccio coraggio: ormai sono quasi arrivato.
Una folata più forte mi strappa il cappello.
Faccio per inseguirlo, ma la pioggia aumenta d’un tratto, rovesciandomi addosso secchiate d’acqua gelida.
Corro per quanto il fiato me lo permette.
Ansante, giungo al camposanto all’entrata del paese.
Mi riparo sotto la pensilina dell’ingresso un attimo prima che le sassate della grandine mi raggiungano.
Il cielo a tratti si illumina a giorno, svelando la distesa silenziosa delle croci e delle tombe.
Tra i sepolcri spicca la statua in bronzo dorato della “dòna in pè, che l’è dree a pensà”. L’hanno appena collocata sulla tomba in marmo della contessa, proprio lì, vicino all’entrata.
Quella tettoia trema sotto i colpi violenti dei chicchi di grandine, grossi come uova di quaglia.
Anch’io tremo, fradicio e intimorito dallo scatenarsi della natura.
Sento l’impulso di invocare la Madonna. Scaccio il pensiero come una cosa infantile, ma, a ogni buon conto, mi segno.
La tempesta sembra calmarsi un poco e decido di riprendere la strada. Faccio qualche passo quando, alle mie spalle, sento lo scalpiccio ritmico di zoccoli.
Mentre mi giro, un lampo improvviso illumina un piccolo landò: una carrozza da sciur tutta nera e completamente chiusa, trainata da due cavalli scuri e lucidi sotto l’acqua. La luce giallastra e tremolante di due lampade a petrolio fende la pioggia.
Gli animali scuotono la testa sbuffando. Avanzano al piccolo trotto con gli zoccoli che battono pesanti sui ciottoli bagnati. Le ruote cerchiate in ferro stridono a ogni sobbalzo, mentre l’acqua schizza dalle pozzanghere. Non si sente alcuna voce incitare le bestie, né il fruscio di una frusta.
La carrozza rallenta proprio davanti al cancello con le sbarre appuntite e arrugginite del camposanto, fermandosi a pochi passi da me.
Il cocchiere, rannicchiato in cassetta sotto la pioggia sferzante, è avvolto in una pesante mantella nera di tela incerata, lucida e grondante. Con il cappello calato sugli occhi, rimane immobile come una statua, lasciando che i rivoli di pioggia gli colino lungo i bordi del bavero. Dietro il finestrino della carrozza, rigato dall’acqua, non si scorge nulla.
Poi, con un cigolio sinistro, lo sportello del landò si apre di colpo.
Mi avvicino. Una mano guantata si tende verso di me dall’oscurità dell’abitacolo, invitandomi a salire. Non posso crederci, sembra un miracolo in mezzo a questa tempesta.
La afferro timoroso, ma la mia mano, bagnata e scivolosa, perde la presa. Ci riprovo, stringo con più forza e tiro a me per issarmi.
Il guanto si sfila di colpo, rimanendomi tra le dita…
Guardo la mano nuda che è rimasta scoperta: è bianca come il latte e, con orrore, vedo che le dita sono solo quattro!
Al posto dell’anulare c’è … il vuoto.
O.I.
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