Io, Manigunda

Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce

TERZA PARTE


O.I. – 2026 – Terza Parte


V   MANIGUNDA 

«Domine, labia mea aperies…» L’invocazione solenne del Mattutino, cantata a più voci dalle monache nel buio dell’aurora, risuona ancora nelle mie orecchie mentre entro in refettorio per il primo ristoro. Quelle parole, che implorano il Signore di aprire le labbra alla lode, sembrano ridare respiro alla mia anima stanca e inquieta. Forse per questo, stamattina, l’acqua fresca dal sapore leggermente ferroso che la badessa mi fa trovare sulla tavola mi appare come un piccolo segno di speranza.

Quest’acqua sgorga a mezza costa, sotto il minuscolo insediamento di Bergaro, poche miglia a mezzogiorno da qui.
È una sorgente molto conosciuta dagli abitanti del posto. L’acqua, limpida e freschissima, trasuda direttamente dalla parete rocciosa, zampillando da diversi punti tra il verde e il muschio, fino a formare una piccola vasca naturale in cui la trasparenza permette di contare le pietre e i sassolini sul fondo. Nel berla ogni giorno dal mio boccale di legno, sento un filo invisibile che mi lega a quel luogo nascosto nella valle; forse perché spero che proprio lì si nasconda una parte della mia salvezza. 

Teodoro, l’anziano chierico che vive nei pressi di San Giovanni Evangelista, la basilica di castrum Sibrium, è convinto delle sue proprietà benefiche. Giura che potrebbe guarirmi, a patto di seguire anche la semplice dieta del monastero, fatta di brodi leggeri arricchiti con le erbe dell’orto, minestre di farro e fave e qualche uovo, senza toccare carne.

Mi impegnerò con tutte le mie forze, anche se il sacerdote, con la sua solita calma, mi invita alla prudenza:
«Quando ti rompi un braccio, lo sai subito: senti il dolore, vedi la ferita e capisci che per giorni o mesi non potrai usarlo. Ma nei mali che si annidano nel corpo, invisibili agli occhi, è più difficile comprendere che serva la stessa pazienza. Eppure, se confidi nella grazia del Signore e nei rimedi che ti ho indicato, troverai la via per risanare il tuo corpo e, con esso, la tua quiete.»

VI   MANIGUNDA 

Giorno dopo giorno, quell’acqua ha fatto effetto. Il fuoco infernale nei lombi si è placato, trasformandosi in un dolore sordo e sopportabile; il male non è vinto, ammonisce Teodoro, ma il corpo ha ripreso vigore, permettendomi finalmente di lasciare la cella.

Durante le prime brevi camminate, ho scoperto un luogo che mi affascina oltre ogni dire: il piccolo orto del cenobio. Col tempo, ha smesso di essere solo una tappa del mio cammino ed è diventato la mia cella a cielo aperto.

Tra i filari ordinati di salvia, rosmarino, ciuffi d’issopo e menta profumata, sorella Radegonda si muove con naturale padronanza e mano esperta.

La monaca ha un’età indecifrabile. La tonaca bruno-scura, stretta in vita da una semplice cinghia di cuoio annodata sul davanti, le nasconde il corpo; il volto, incorniciato dal soggolo di lino candido, è illuminato da occhi castani, chiari e intelligenti, che si aprono in un sorriso ogni volta che mi vede arrivare. Ha le mani segnate dalla terra e le unghie scure, impregnate dei succhi delle radici e di quel denso inchiostro che produce lei stessa, facendo bollire le galle di quercia insieme a ferro arrugginito. 

Mi viene in mente una frase che sentii pronunciare da mio padre, un giorno in cui mi insegnava a scrivere: “Le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani”.

Passando accanto al possente muro romano che protegge l’orto dai venti di settentrione, mi mostra la cedracca, un’erba spontanea che si insinua nelle fessure della pietra. Allo stesso modo, quell‘erba spaccapietra può insinuarsi nel corpo e sbriciolare il male che mi avvelena i lombi.

Mi affascina sentirla parlare: «Tra mortai e fornelli mettiamo in pratica gli insegnamenti degli antichi per dare sollievo ai malati», spiega con voce pacata, illustrando come prepari infusi e decotti attingendo dalle ricette dell’Herbarium e ispirandosi alle cure di Galeno, contenute nei codici custoditi nella biblioteca della Canonica del Castrum, che consulta spesso insieme a Teodoro.

Sono orgogliosa di poterla aiutare, mondando le foglie di menta e pestando col pesante pestello di legno le radici essiccate nel mortaio di pietra. Le mie dita, che un tempo nel palazzo di Ticinum stringevano solo lo stilo o accarezzavano le sete dei mantelli, si stanno rafforzando, diventando ogni giorno più abili.

Quando Radegonda scopre che so scrivere, si illumina e mi affida un compito prezioso: trascrivere in latino le sue ricette. Ne sono felice. Dopo anni in cui usavo quella lingua solo accanto a mio padre per copiare le leggi, sento che potrò restituire vita a ciò che lui mi ha insegnato. 

Inaspettatamente, in questo lavoro umile e ripetitivo, trovo una pace mai conosciuta.
Mentre setaccio i semi d’issopo coltivato nei nostri filari, sminuzzo le foglie di piantaggine raccolte nella valle, sorveglio il lento bollire dei decotti sui bracieri o traccio i caratteri sulla pergamena, l’ansia che mi ha accompagnata da Ticinum si attenua.

Non è solo il fascino dei segreti che le erbe nascondono: è il senso di un’esistenza consacrata a Dio e alla cura dei sofferenti. Un compito che richiede una compassione profonda, che — mi spiega Radegonda — non fa distinzioni tra le persone, proprio come il sole sorge per tutti o la pioggia cade sui campi dei buoni e dei cattivi.

So bene che il mio domani resta incerto, nascosto nei disegni della Provvidenza; nemmeno la promessa fatta alla Vergine in quella notte di agonia basta a darmi sicurezza.
Tuttavia, in quel velo delle monache con cui condivido i miei giorni non vedo più una prigione, ma lo scudo che può difendere la mia libertà.


(Continua)

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