La vendetta di Evelina


Collana “Brividi in Paese”
2026
I
«Ma dai, che non hai coraggio. Sei solo uno sbruffone che se la prende con i più piccoli.»
«Sei tu che non hai coraggio.»
Fulvio e Mario, adolescenti che hanno appena lasciato l’infanzia ma già si credono uomini, stanno sul sagrato della chiesa, unico ritrovo dei ragazzi del paese. Indossano ancora i pantaloni corti di fustagno che arrivano alle ginocchia, le solite camicie grezze infilate e trattenute dalle bretelle consumate, zoccoli di legno che risuonano sull’acciottolato. Fulvio ha la camicia sbottonata al collo; Mario porta quella troppo larga che gli ha passato il fratello maggiore. Entrambi portano sul capo un cappello floscio, inclinato in avanti.
Gli altri, che stavano giocando sulla terra battuta — «Vun, du, tri, rela!» — si fermano e fanno cerchio. Uno tiene ancora la corta mazza di robinia, un altro la rella, il legnetto a due punte che si lancia in alto e si colpisce al volo per mandarlo il più lontano possibile. Le giacche corte di panno, buttate vicino al muro della canonica, sono spiegazzate e impolverate.
Qualcuno è ancora a piedi nudi che non sentono il freddo: dita nere di terra, talloni duri come cuoio.
Altri hanno zoccoli troppo larghi o scarpe dalle suole bucate, passate di piede in piede, tenute insieme da improbabili stringhe di spago.
Una lite è un diversivo in questo freddo sabato di fine ottobre del 1904.
Ai fili elettrici intrecciati, stesi solo l’anno prima sopra il sagrato, sono appesi i bulbi bianchi delle campane in ceramica da cui pendono le lampadine a incandescenza. Diffondono un chiarore fioco e giallognolo, troppo debole per vincere la notte, ma sufficiente per giocare o litigare.
C’è chi si prepara a fare da paciere, chi a schierarsi, chi guarda e basta.
«Sei un pauroso. Con Evelina te la sei fatta sotto. Sei stato il primo a scappare» insiste Fulvio.
Evelina era una povera vecchia che viveva sola, in un locale umido e buio dell’ultimo cortile affacciato sulla valle. La chiamavano stria: forse perché era davvero un po’ matta, forse perché era solo diversa. Qualcuno la aiutava per carità cristiana, non per amicizia. A fine estate era diventata il bersaglio dei ragazzi che, di sera, tiravano sassi contro le sue finestre, attenti a non farsi vedere.
Ma quella sera, all’improvviso, lei esce. Tutta curva, spalanca la porta con la scopa in mano. Capelli arruffati, viso tirato, bocca senza denti. Biascica improperi che la notte amplifica. Proprio mentre si affaccia, un sasso la colpisce in fronte con un tonfo secco. Vacilla, poi si appoggia allo stipite.
Dopo il tempo di un respiro, con il sangue che le scende lungo la tempia, alza il manico della scopa come un’arma e si lancia su Mario, il più vicino. Lui, con i suoi zoccoli troppo larghi, nel voltarsi inciampa e cade. Lei gli scaglia la scopa addosso; lui si rialza e fugge. Evelina urla con una voce che sembra venire da sotto terra: «Maledetto! Non ti lascerò in pace, anche da morta. So bene dove trovarti.»
Fulvio invece resta fermo, la giacchetta aperta sul petto, a guardarla negli occhi finché lei li abbassa e, zoppicando, rientra in casa sputando a terra.
Da quella sera Fulvio si guadagna la stima di tutti. Mario, invece, diventa lo zimbello del gruppo.
Tutto sembrava finito lì, ma un paio di settimane dopo Evelina sparisce misteriosamente. Per qualche tempo non si sa più nulla di lei, fino all’alba di una settimana fa, quando le donne scese a lavare i panni, nel punto in cui l’Olona fa un’ansa, trovano il suo cadavere impigliato nelle canne.
Il paese è scosso. I ragazzi delle bravate serali ancora di più: qualcuno comincia a sentirsi in colpa e a temere che davvero Evelina possa tornare di notte, come nelle storie della gamba rossa che scende dal soffitto della stanza da letto a tirare i piedi di chi dorme e nella vita ha fatto del male.
Mario digrigna i denti. Le braccia tese, le mani serrate, le unghie infisse nei palmi. «Non è vero, non sono un codardo. Sono inciampato. Altrimenti sarei rimasto lì come te.»
Fulvio sorride appena, senza parlare.
Poi urla, così che nessuno possa far finta di non sentire: «Dimostrami che sei un uomo e non una mezza cartuccia. A mezzanotte… devi andare a ballare sulla tomba di Evelina.»
II
Di notte il freddo si fa più intenso e, dietro la cinta del cimitero, qualcuno dei ragazzi ha la giacca, altri il tabarro del fratello maggiore. Il silenzio pesa su tutti. Qualcuno si stringe dietro le spalle del vicino, come per proteggersi. Fulvio invece è davanti, a testa alta. Aspettano Mario.
Quando le campane di San Giovanni rintoccano dodici volte, Mario arriva. È avvolto nel tabarro che forse era del nonno e gli scende fino alle caviglie. Si sfila gli zoccoli, sistema sulle spalle le ali del tabarro e scavalca il muro. Scende dall’altra parte. Per un attimo resta immobile. Il tabarro gli cade addosso come un peso. Davanti a lui il sentiero è chiaro, illuminato dai tenui raggi della luna.
Fulvio e gli altri salgono a cavalcioni del muro e scrutano nel buio. Se non fosse per lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia, Mario potrebbe sembrare un’ombra che si aggira tra le croci. Quella della povera Evelina è poco più avanti: un piccolo giardinetto recintato da una bassa inferriata arrugginita, piena di punte.
Una folata di vento solleva le foglie secche di qualche fiore appassito. Mario avanza. La tomba è lì, la terra ancora smossa. Il respiro gli si accorcia. Un passo. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Ora è sopra la tomba. Comincia a ballare. Il tabarro gli svolazza attorno, apre e chiude le ali come un pipistrello. Più passa il tempo, più prende coraggio. Chiama i compagni: «Venite, se avete coraggio. Paurosi!» Pesta i piedi, gira su sé stesso in un vortice che sembra non finire.
Dopo qualche minuto di quel ballo folle, si ferma col fiatone. «E adesso, Fulvio? Adesso… arrivo e ti faccio vedere…»
Fa un balzo per uscire dal piccolo giardino.
Si blocca.
Qualcosa gli tira il tabarro.
Si gira.
Non c’è nessuno.
Una mano dal terreno gli afferra la stoffa. Non la lascia. Lui tira. La mano tira più forte.
Mario urla, implora i santi, la Madonna. Si contorce, cerca di buttarsi a terra per strisciare via. Le unghie scavano inutilmente nel terriccio umido, alla ricerca di un appiglio qualsiasi che lo liberi.
Con gli occhi cerca Fulvio e gli altri sul muricciolo: non c’è più nessuno. Spariti, inghiottiti dal buio della notte.
III
VERBALE DI DICHIARAZIONE
Rilasciato dal guardiano del cimitero ai Reali Carabinieri di Busto Arsizio
Domenica 30 ottobre 1904 – ore 11 e 45 antimeridiane
Il sottoscritto Giovanni C., di anni 58, guardiano del cimitero comunale, dichiara quanto segue.
In data odierna, alle ore 7 e un quarto circa, procedendo all’apertura del cancello in ferro battuto e al consueto giro di controllo del camposanto, ho notato, nel settore nord, appena fuori dalla tomba della defunta Evelina R., un fagotto scuro di forma irregolare. A distanza sembrava un cane randagio.
Avvicinandomi di qualche passo, ho constatato trattarsi del corpo di un ragazzo, steso appena fuori dal recinto della sepoltura. Il soggetto era immobile, freddo al tatto, con gli occhi spalancati e il volto contratto. Le unghie risultavano conficcate nel terreno, come se avesse raschiato il suolo nel tentativo di fuggire.
Il tabarro indossato dal soggetto presentava un foro sull’orlo inferiore, probabilmente causato dalla punta di una delle croci del recinto in ferro battuto che circonda il sepolcro, nella quale il tessuto risultava impigliato, trattenendo il corpo in loco.
Dopo un’ispezione lungo il perimetro esterno del camposanto, ai piedi del muro di cinta ho rinvenuto un paio di zoccoli di legno abbandonati.
Non ho toccato né spostato il corpo.
Ho immediatamente lasciato il settore e mi sono recato presso la caserma dei Reali Carabinieri per riferire l’accaduto.
Letto, confermato e sottoscritto.
Giovanni C.
Guardiano del cimitero comunale
O.I.
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