Io, Manigunda

Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce

Seconda Parte

Seconda parte


O.I. 2026


III  MANIGUNDA

Mentre il regno del mio regale protettore Liutprando entra nel suo ventiquattresimo anno di gloria, in questo 735, e la corte di Ticinum celebra gli ultimi fasti della Pasqua, io cerco il coraggio di accettare il mio destino. La Pasqua, che negli anni passati era promessa di vita, primavera e nuovi amori, ora, senza più un orizzonte, è diventata il momento più difficile da attraversare.

Dopo lunghe consultazioni, re Liutprando ha decretato che io sia accolta nel monastero sorto attorno alla torre romana, nei pressi del castrum del Seprio. Lì rimarrò come ospite devota in attesa della guarigione. È una regione di fitte boscaglie, lontana da tutto ciò che conosco, ma Cuniberto giura che quelle valli abbondano di acque sorgive, le sole in grado di sciogliere la pietra che mi avvelena i lombi. Avendomi il re accolta sotto il suo supremo mundio regio, so che nessun uomo potrà toccarmi. Non ho nulla da temere. Questo continuo a ripetermi per scacciare i cattivi presagi. O almeno, con tutta l’anima, lo spero.

È il lunedì dell’Ottava, giorno in cui si fa memoria di san Eleuterio e di sua madre Anzia. Mentre il mondo ricomincia a muoversi dopo i rigori dell’inverno e i digiuni della Quaresima, mi affido a loro: a lui, che libera dai pericoli chi si mette in viaggio, e alla madre che ne ha guidato i passi. È un presagio di quella libertà dai lacci della corte e dalla malattia che vado cercando.

All’alba, subito dopo le laudi e la messa per i pellegrini, ci ritroviamo sul sagrato acciottolato della chiesa di San Michele. L’aria è fredda, segnata da un sentore di fumo; il cielo ha una sfumatura lattiginosa. Da una stalla arriva il rumore di un nitrito, il colpo secco di uno zoccolo.

Indosso un mantello di lana cotta foderato di volpe, fermato sulla spalla destra da una fibula.

Il cappuccio ricade all’indietro, lasciando che il vento del mattino scuota appena il velo di lino che mi copre il capo, trattenuto da un cerchietto d’argento. Sotto il mantello, sopra la tunica di lino bianco, porto la piccola croce d’oro della mia infanzia: un gioiello a bracci uguali, ornato da un delicato intreccio di rami e viticci. 

Gisulf, l’arimanno a capo del manipolo che mi scorta, ha il volto segnato dalle vecchie cicatrici di battaglia e la barba brizzolata. Porta i capelli alla moda longobarda: tempie rasate e lunghe ciocche posteriori tirate all’indietro, ormai rade e ingrigite dall’età. L’elmo, un solido guscio di piastre di ferro, pende dalla sella. Con la mano sfiora l’elsa della spatha, la spada lunga a doppio filo.

«Per la gloria di Liutprando re, per la nostra fara, che nessuno resti indietro!», grida a gran voce.

Sussulto, mentre i cavalieri ripetono la formula toccando con due dita il pomo dello scramasax, il lungo coltellaccio appeso in posizione quasi orizzontale alla cintura.

Sfioro il collo del mio palafreno, tracciando sulla criniera un piccolo segno di croce. Il mio destino è segnato: non sono più una fanciulla rinchiusa in un palazzo, ma una viandante sotto la protezione di angeli guerrieri e antichi martiri.

Un soldato controlla i finimenti del mio cavallo, poi si volge e solleva una mano. Gli zoccoli battono sull’acciottolato viscido. Il mio viaggio è iniziato.

IV   MANIGUNDA

«Guardate, domina
Il grido di Gisulf lacera il silenzio del crepuscolo e mi strappa al sonno. Mi risveglio di colpo. Il cuore martella nel petto.

È il terzo giorno di viaggio.. Stamattina ho dovuto abbandonare la mia cavalcatura per farmi trasportare sul carro delle salmerie che segue la colonnaabbiamo costeggiato a lungo il corso del Ticinum, poi deviato verso Rhodum, lasciando Mediolanum a oriente. Dopo aver pernottato presso una piccola curtis, siamo entrati nella valle dell’Orona, seguendo il corso del fiume.

Nel punto in cui il fondovalle si allarga, piccole rogge alimentate dalle acque dell’Orona muovono le pale dei mulini, disseminati qua e là: strutture semplici, costruite in pietra e legno, dove la forza della corrente fa girare la pietra della macina, collegata direttamente all’albero della ruota.

Scosto il cappuccio del mantello, ansiosa. Davanti a noi, nel fondovalle, si erge la torre di pietra che sorveglia il passaggio: è lì che si compirà il mio destino. Più in alto, sospese su uno sperone roccioso, si innalzano le torri di Sibrium. A destra scorre placida l’Orona. Le mura del castrum corrono lungo il ciglio dell’altopiano, severe e minacciose; i cavalieri rallentano il passo, impressionati da quella sagoma che domina la valle.

«Siamo giunti, finalmente», sussurro a me stessa. Ma subito un pensiero mi gela l’anima: cosa mi attende all’ombra di quelle mura possenti? La guarigione o la prigionia? O forse qualcosa che non so ancora nominare, ma che mi chiama da quando il dolore ha iniziato a scavare in me come un fiume sotterraneo.

Oltrepassiamo il pesante portone di quercia. La pia Adelberga, che guida quel piccolo cenobio di preghiera e lavoro, ha il volto arato da solchi profondi. Ci accoglie con un largo sorriso e ci conduce nell’Hospitium: un unico camerone rustico e freddo, di pietra e legno grezzo, ricavato dai vecchi locali di guardia dei soldati e addossato alle mura della torre. Al centro della stanza c’è un grande focolare, ora spento. In questo spazio i pellegrini e i malati trovano riposo su umili pagliericci imbottiti di foglie e paglia.

Siedo su una panca di legno, proprio sotto le travi del soffitto dove mazzi di erbe officinali pendono a essiccare. L’aria è satura dell’odore di cenere.
L’infuso caldo che mi offre, profumato di melissa e finocchio e addolcito dal miele di castagno, dona sollievo al mio corpo stanco.

Più tardi, mi guidano alla cella nell’edificio adiacente, proprio all’ombra della torre.
Prima di addormentarmi sul pagliericcio, ancora sofferente ma rincuorata, rifletto su come quel luogo nato per la guerra sia ora diventato un grembo di pace.

E mentre il sonno mi vince, mi tornano in mente le parole del profeta: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno vomeri, delle loro lance faranno falci».


(Continua)

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