Un pomeriggio particolare

Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

Martedì 16 aprile1963, le quattro e un quarto del pomeriggio

I gradini di serizzo sono grigi e freddi, ma noi non ci muoviamo. Il sole di metà aprile li illumina senza scaldarli e noi restiamo fermi.

Siamo sull’ampio gradino che porta nell’atrio della scuola, stretti nelle nostre divise nere abbottonate fino al collo, con il colletto bianco stropicciato trattenuto dal nastro blu, una fettuccia in “terital” lucida. Le cartelle di cuoio, con le fibbie a scatto con la molla, sono buttate ai nostri piedi.
Restiamo lì, immobili, con la bocca chiusa e gli occhi bassi a osservare la pietra, i suoi minuscoli granelli argentati che riflettono la luce del sole. 

La campanella è suonata alle quattro, ma nessuno di noi si è precipitato fuori sgomitando, come facciamo sempre, per arrivare per primi al cancello che dà su via San Giovanni. Da un’aula arrivano gli stridii delle sedie spostate da Genoveffa, la bidella, che sta rassettando. Non fa caso a noi, troppo presa dal suo lavoro che vuole sbrigare in fretta. La maestra non è ancora uscita.

E allora perché siamo ancora qui, quattro scolari di seconda elementare?
Che cosa stiamo aspettando, con queste facce da condannati ai lavori forzati?
Perché siamo qui, incollati a questi scomodi gradini?

Un’ora prima

«Paolo!» chiama ad alta voce la maestra Antida, per sovrastare il brusio della classe, mentre batte la mano, a palmo aperto, sulla cattedra facendo saltare in alto registro e matita.

Metto giù la penna e asciugo il pennino sulla carta assorbente, che si macchia subito di nero. La sottile punta di metallo vibra ancora come una piccola lancia: basta premere troppo e graffia il foglio, basta distrarsi e lascia cadere una goccia d’inchiostro pescata dal calamaio incassato nel banco, dove sul fondo restano sempre rimasugli di carta macerata.

È il giorno di consegna delle pagelle del secondo trimestre. Siamo chiamati uno a uno alla cattedra.

Esco dal banco vicino alla finestra che guarda sulla valle, con una certa curiosità e un po’ di ansia. A scuola mi trovo bene, ho tanti amici in classe e non faccio fatica a studiare. I compiti li sbrigo in fretta e poi… fuori a giocare in cortile o in piazza a pallone, biglie, a scambiare le figurine dei calciatori. Quelle della Juve, dell’Inter e del Milan sono le più ricercate: tutti vogliono Sivori, Facchetti, Buffon, Rivera. I portieri sono i più difficili da trovare, non si sa perché; Zoff dell’Udinese, giù in Serie B, sembra non uscire mai dalle bustine.

Le figurine sono piccole, con il mezzo busto del calciatore. In basso, sotto la foto, sono stampati il nome del calciatore, la squadra e il numero che serve per individuare la sua posizione nell’album Panini dove la figurina va incollata. I doppioni li tengo in un mazzetto nel taschino del grembiule, attento a non piegarli agli angoli e a fare in modo che la maestra non li veda. So esattamente quali figurine mi mancano per finire l’album e quanti doppioni ho.

La maestra Antida è seduta dietro la cattedra, sulla larga sedia di legno con i braccioli. Ha messo dei cuscini sulla seduta: forse per stare più comoda, forse perché è di bassa statura. Porta occhiali in tartaruga con lenti fumé, un golfino beige, un improbabile rossetto rosso ciliegia sulle labbra. I capelli castani, con qualche filo grigio, sono raccolti in uno chignon.

Quando salgo sulla predella, sento lo scricchiolio del legno sotto i miei piedi e lo sguardo della maestra su di me. Di solito è benevolo, materno.
Non oggi. Non ora.

Mi guarda con una certa severità.

Non capisco, non ricordo di aver mai preso giudizi negativi. Forse qualche “Visto” e qualche “Sì”, ma tanti “Bene” e “Benino”.

È vero che ho una brutta calligrafia e che nel canto sono un caso perso. Però amo le storie e mi piace disegnare. Mi incuriosiscono la natura ma anche gli astri e le esplorazioni spaziali. Me la cavo bene con i dettati, i pensierini e le tabelline. Eppure… Non pensavo più alla nota presa un mese prima, quel giorno di pioggia in cui, durante l’intervallo nell’atrio, Enrico e io avevamo fatto lo sgambetto a Paolino. 

«Ehi!» aveva strillato la maestra, che sfortunatamente ci stava osservando.

Paolino era balzato prontamente in piedi senza una protesta, ma la maestra aveva interrotto il gioco e ci aveva fatto rientrare subito in classe. Ci aveva preso i quaderni e ci aveva messo una nota da far firmare per l’indomani.  Era la mia prima nota e ci ero rimasto malissimo. A casa mio papà aveva aumentato i rimproveri e quella sera non mi aveva letto Tommy River, l’eroe del West, coraggioso e leale, sempre dalla parte dei più deboli. Alla fine mia mamma mi aveva perdonato: «Domani, per prima cosa, vai da Paolino e gli chiedi scusa e prometti di non farlo più». Così avevo fatto e credevo che tutto fosse finito lì.

Questo per me, ma non per la maestra che ha ancora la mia pagella chiusa sul tavolo. È un cartoncino semirigido tra il verde chiaro e l’azzurro acquamarina, piegato in due, con l’emblema della Repubblica Italiana sulla copertina, nome e cognome dello scolaro.

La vedo allungare la mano e, con un gesto lento, aprire la pagella. Io fisso le sue dita, trattenendo il respiro.
I miei occhi cadono sulla prima colonna, dove sono stampate  le materie. Scorro rapidamente le righe con lo sguardo, scendendo fino all’ultima riga, quella che fa tremare le gambe a ogni scolaro.  Condotta… sette.

Gli occhi mi si gonfiano di lacrime e lascio cadere le braccia lungo i fianchi. Quel maledetto sgambetto a Paolino è scritto lì, impresso indelebilmente sulla pagella. Mesi di compiti fatti con impegno, di dettati senza errori e di tabelline ripetute a memoria rischiano di svanire per un gesto incauto, sbagliato quanto si vuole, ma ingenuo e senza cattiveria, in un triste giorno di pioggia.

La maestra alza gli occhi dalla pagella e incontra i miei, che non trattengono più le lacrime. «Paolo», mi rimprovera – e la sua voce non è più quella materna delle storie che ci racconta in classe – «ti ricordi cosa ci siamo detti un mese fa, vero?» Vorrei ribattere che no, anzi sì, non ho dimenticato e ho capito il mio errore e non lo farò più; che ho chiesto scusa a Paolino e che…ma la voce mi resta incastrata in gola. Torno al posto in silenzio, a testa bassa, stringendo la pagella tra le mani.

Le quattro e venti

Enrico, che continua a voltarsi verso il portone con aria inquieta, è stato punito anche lui con un sette in condotta, e tutti e due siamo fermamente intenzionati a non muoverci da scuola finché la maestra non ci cambierà il voto.
Ecco perché siamo ancora qui, immobili come statue.
E non siamo soli: Ildo e Massimo aspettano con noi, convinti anche loro che la punizione sia sproporzionata. Ildo, dietro le sue lenti rotonde dalla montatura nera, mi lancia uno sguardo di comprensione e mi posa un braccio sulle spalle. Massimo è il più imbronciato di tutti, tiene le braccia conserte e guarda oltre il cancello.

Nessuno di noi intende implorare la grazia alla maestra, ma siamo determinati a spiegare le nostre ragioni, per quanto deboli possano sembrare ai suoi occhi.

Ed eccola. I suoi piccoli passi ticchettano sul pavimento con un suono inconfondibile. «Cosa fate ancora qui? Non c’è più nessuno, andate a casa.» La sua voce, che vorrebbe essere un rimprovero, lascia però trapelare sorpresa e un’ombra di inquietudine nel vederci ancora lì, fermi come soldatini. 

Timore e speranza si mescolano nei nostri sguardi. Per un istante che mi sembra lunghissimo il volto tirato della maestra resta immobile. Poi si distende e un accenno di sorriso le illumina il viso. «Seguitemi in classe», mormora. La sua voce è tornata quella di sempre: materna e benevola.

Epilogo

Non ho mai capito come la maestra fosse riuscita a cancellare dalla pagella il sette in condotta. Mi è rimasto invece scolpito nella memoria il gesto lento con cui ha svitato il cappuccio bombato della penna stilografica verde smeraldo e, con la sua bella grafia, ha tracciato un otto.

Ho il cuore in gola e un gran fiatone quando imbocco via Cavallotti, asfaltata da poco. Mia nonna Pina, preoccupata, mi sta venendo incontro, ma la tensione del suo viso si scioglie non appena mi vede entrare nel cortile con un sorriso che non riesco a trattenere.

Non ricordo di aver mai più fatto altri sgambetti, neppure quando, giocando a calcio, il mio avversario sgusciava via sulla fascia e io non riuscivo a fermarlo.
Ricordo invece benissimo l’insegnamento ricevuto quel giorno: che ognuno porta con sé le proprie ragioni e che a volte basta riconoscere quelle dell’altro per trasformare un vicolo cieco in un passaggio aperto.

O.I.

Puoi visitare la mostra le foto originali di quegli anni cliccando QUI

Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi lì:

2 Responses

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

🎧 Per ascoltare questa pagina:
Segui le istruzioni in base al browser o al dispositivo che stai utilizzando.