Ci addentriamo ancora più profondamente nell’orazione teresiana scendendo al terzo grado; uso il termine scendere, perché è un cammino verso l’interiorità, verso la profondità della nostra anima, nella dimora più interna del nostro castello.
Abbiamo provato ad attraversare l’orazione mentale (la meditazione), l’orazione di quiete (o di raccoglimento) che segna l’inizio del silenzio interiore, con il raccoglimento delle facoltà e la volontà fissa ad amare ed essere amata e ora proviamo a poggiare i nostri passi sull’orazione di unione.
L’unione sperimentata è su due piani: il primo piano è quello dell’orante; questo tipo di unione lo porta ad essere unito in sé stesso, a non essere, cioè, frammentato interiormente; il secondo piano è quello con Dio: si tratta di un’amicizia intima, profonda, molto stabile con Gesù;
Partiamo dal primo piano, quello umano; non perdiamo mai di vista, anche nella nostra preghiera personale, il rapporto con la nostra umanità; questo perché noi siamo un’unità di spirito anima e corpo e questa unità non deve mai essere disgregata; nel Castello interiore, Teresa paragona la nostra persona al castello stesso, ma attenzione, la nostra persona, non la nostra anima; infatti il nostro corpo, nella logica di questa simbologia, rappresenta le mura del castello, ciò che ci custodisce e protegge, ma anche ciò che ci mette in contatto e relazione. Alleniamoci, dunque, a vivere in questa unità globale, in ogni attimo della giornata. Essere presenti a noi stessi, fare tutto con tutti noi stessi, vivere ogni momento con un’intensità forte; io sono in tutto ciò che faccio, dico, sono! Una vita vissuta umanamente in questo modo cresce di spessore, di profondità, di gusto e di bellezza. Quante applicazioni si possono fare nella nostra vita quotidiana… per esempio, solo avendo in mano tutto me stesso posso veramente donarmi a Dio e ai fratelli.
Il secondo piano è l’unione intima con Dio. Ricordiamoci sempre che quando applichiamo il termine “intima” alla preghiera, non stiamo mai parlando di intimismo, di cose solitarie e sterili, di ripiegamento su sé stessi, ma ci si riferisce ad un rapporto profondo di amicizia con Cristo. Più volte abbiamo detto che l’amore non è il sentimento, ma per Teresa la capacità di amare risiede nella volontà; l’intima amicizia è dunque un’unione con Dio che trasforma la vita. Tutto viene dominato da questo rapporto illuminante che è totalmente gratuito e l’anima non fa alcuna fatica.
In questo momento ciò che l’anima sperimenta è una gioia profonda; quando Teresa la descrive sembra parli del giubilo. Teresa ha attinto anche dalla sapienza agostiniana e, oltre che nelle facoltà dell’anima, anche in questo punto ne troviamo una similitudine. Ascoltate in un passo del “Commento sui Salmi” di S. Agostino, cosa ci dice del Giubilo: Cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro, infatti, che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in una modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo «giubilo». Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non «giubilare»? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo (cfr. Sal 32,3).
Ecco; Teresa esprime la stessa gioia con un fiume di parole concitate, come se non riuscisse a trattenerla per sé; infatti, diventa una necessità dell’anima desiderare che tutti sperimentino questa grazia; è per lei vitale che questo si riversi fuori dal suo cuore e coinvolga le altre persone. E qui subentrano le vere amicizie, quelle profonde e che condividono lo stesso cammino; è importante avere questi amici perché con loro possiamo disingannarci e correggerci l’un l’altro; non c’è nessuno che conosca così bene sé stesso, come si conoscono coloro che ci guardano… (Vita 16,7).
In questo grado, mentre la volontà è profondamente unita a Dio, intelletto e memoria sono così liberi da potersi “trattare di affari o impegnarsi in opere di carità”; cosa significa? Che nel secondo grado intelletto e memoria erano di impiccio: se non fossero state raccolte, avrebbero distratto la volontà; ora, invece, mentre la volontà è paragonata a Maria, memoria e intelletto possono anche essere paragonate a Marta e unire così vita contemplativa ed attiva, senza alcuna separazione. Anche questa è un’immagine di Teresa, che racconta sempre nel libro della Vita.
Lascio alla vostra riflessione le applicazioni nella nostra vita.
Ora entriamo in preghiera cercando di vivere questo rapporto di amicizia da solo a solo con Colui sappiamo che ci ama.
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