
Domenica 31 maggio 1964, le quattro del pomeriggio
Non riesco a smettere di piangere. Piango disperatamente mentre qualcuno intorno a me sorride, un altro mi dà una pacca sulla spalla per scherzo, ma io non vedo nessuno: le lacrime mi riempiono gli occhi. Sento dei passi arrivare di corsa, poi un braccio che mi avvolge le spalle.
Dieci minuti prima
Mi avvicino alla linea di partenza cercando di allentare la tensione: mi piego sulle gambe, sciolgo i muscoli, scuoto le braccia.
Davanti a me le linee parallele che segnano le corsie e, come binari, si assottigliano man mano che si allungano verso il traguardo. Tratteggiate con gesso bianco come il latte, sembrano quasi sollevarsi dal nero rugoso dell’asfalto.
In fondo alla piazza, il sole illumina un grande striscione appeso alla balconata della Sede, come un faro puntato. Su fondo bianco, in caratteri cubitali rossi, campeggia la scritta OLIMPIADI. A sinistra una fiaccola accesa, a destra i cinque cerchi intrecciati; sulla parte inferiore della lettera “O” sorride il volto stilizzato di un bambino.
Aspetto questo giorno dall’inizio delle Olimpiadi, che si svolgono in oratorio ogni domenica, da dopo Pasqua, tra quattro squadre composte dai Minori — i bambini di quarta e quinta elementare — e dai Maggiori, che comprendono i ragazzi delle medie e di prima superiore. Ogni gara assegna un punteggio, comprese le partite di calcio che mettono una squadra contro l’altra e che diventano argomento di infinite discussioni per tutta la settimana.
Ho quasi nove anni, non sono più alto della media, ho un fisico asciutto e i capelli biondi con la mia “rosa matta”. Sto finendo la quarta elementare. Porto calzoncini corti bianchi con una striscia rossa sui fianchi, una maglietta della Juve, e dalle scarpe blu della Superga spuntano i bordi dei calzini bianchi.
Oggi correrò contro Gianfranco, il concorrente più forte in assoluto: ha un anno più di me, è più alto e più muscoloso e, come me, finora ha sempre vinto tutte le gare disputate.
I sessanta metri piani sono importanti: aprono le gare della giornata e assegnano un punteggio alto. Sono anche la mia gara preferita. Negli altri eventi — duecento metri, salto in lungo, salto in alto — me la cavo abbastanza bene, ma sui sessanta posso sfruttare lo scatto iniziale che mi regala qualche metro già alla partenza.
Mi sono allenato ogni giorno con Mario, il capitano della mia squadra, che è un “grande” e fa la prima superiore. Su e giù dai gradini della costa che scende in valle, a inseguirlo mentre mi sprona a stargli dietro.
Gian ci vuole tutti sulla linea di partenza. Nella mano tiene un oggetto magico che solo lui può maneggiare: un cronometro manuale, la cassa in metallo lucido, rotonda e pesante, con due pulsanti sporgenti in cima che vanno premuti con decisione. Sotto il vetro leggermente bombato, la lancetta rossa dei decimi vibra appena, come se scalpitasse.
Tra i denti stringe un fischietto d’acciaio, appeso a una catenella che gli pende dal collo.
La tensione sale.
Mi posiziono sulla prima corsia; alla mia sinistra, solo i tigli disposti perpendicolarmente alla pista, con le foglie verdi e tenere che tremano appena a ogni alito di vento. Alla mia destra, le bambine dell’oratorio femminile che, lasciati per un momento i giochi di Palla Prigioniera, sono accorse a scatenare il tifo. Ma io non le vedo e non le sento, tanto sono concentrato.
La gamba sinistra è in avanti, leggermente piegata per darmi lo spunto alla partenza, mentre la destra resta tesa all’indietro, puntata a terra. Il braccio sinistro è inclinato in avanti, quello destro sollevato all’indietro, pronto a oscillare per assecondare lo scatto alla partenza.
I miei occhi sono fissi su Gian.
“Pronti…” Attendo il fischio che sembra non arrivare mai. All’improvviso eccolo: mi sferza come una frustata. Mi catapulto in avanti. Le gambe agili rispondono ai miei comandi, scattano, spingono. Corro più forte che posso. Sono davanti a tutti.
Ai trenta metri sono ancora davanti, ma alla mia destra, con la coda dell’occhio, vedo Gianfranco che mi sta raggiungendo. Ora siamo affiancati. Mancano gli ultimi dieci metri. Provo a dare tutto quello che ho, ma sento che lui ne ha di più: inesorabilmente mi supera… Il filo di lana che ha appena spezzato mi schiaffeggia, facendomi apparire la sconfitta ingiusta, troppo grande per me. E scoppio a piangere…
È Mario, che arrivato di corsa, mi cinge le spalle. Mi trascina via e mi fa sedere sul gradino in pietra della Sede. Dopo qualche minuto ricompare con una bottiglietta di “gazzosa”. Tiene in mano anche una stringa al sapore di liquirizia arrotolata su sé stessa. Fa segno di prenderli. “Ci vediamo per i duecento e per la staffetta. Preparati”, mi dice asciutto, scompigliandomi i capelli mentre se ne va. Mi asciugo le ultime lacrime con il dorso della mano mentre srotolo la stringa.
Ore 17.30, sala TV
Siamo tutti seduti, stanchi e sudati, sulle scomode sedie di legno, con le gambe distese sotto la sedia di quello che ci sta davanti o con i piedi appoggiati sullo schienale. Qualcuno sorseggia un bicchiere di Spumador frizzante, qualcuno lecca un gelido ghiacciolo alla menta, il cui verde è ormai scolorito in un bianco trasparente; altri gustano il loro gelato preferito alla banana o il Mottarello che cercano di far durare il più a lungo possibile.
Sullo schermo passa il Braccobaldo Show, e compaiono Yoghi e Bubu con i cestini della merenda che hanno appena rubato agli ignari visitatori del parco di Yellowstone. Siamo tutti catturati dalle immagini in bianco e nero e dalle scritte di apertura del cartone, dove appare “For Sale”, una parola che nessuno di noi sa tradurre, ma che ci va bene così com’è.
Intanto il mio pensiero torna alla giornata di oggi. Sono arrivato secondo anche nei “duecento”, ma… ho trascinato alla vittoria la mia squadra nella staffetta, partendo per ultimo.
Ho la sensazione — anche se non riesco ancora a formulare un pensiero compiuto — che la mia prima sconfitta nel mondo dei “grandi” mi abbia insegnato più di quanto potessi immaginare: che perdere una gara può non essere una sconfitta, e che insieme… si vince sempre.

Il VERO cronometro originale di Ercole (utilizzato da Gian) in possesso di Gianni e Maria
.
Postfazione
Se chiedete delle Olimpiadi a un bambino che frequentava l’oratorio di Bergoro negli anni Sessanta, vedrete aprirsi sul suo volto un sorriso grande, immediato, di una bellezza infantile.
Tornerà loro a mente l’epopea di quei pomeriggi assolati — non ne ricordo uno con la pioggia! — quando tutto sembrava possibile. Anni epici, segnati dai volti e dalle voci dei “cooperatori”, i volontari che organizzavano i giochi con una serietà da veri dirigenti sportivi: nomi, classifiche, punteggi (**), tempi, record. A fine giornata battevano tutto a macchina, su una Olivetti portatile — sacra ai nostri occhi e, come tale, intoccabile — e affiggevano i fogli nella bacheca appesa alla finestra della Sede, dove noi correvamo a leggere i risultati come fossero oracoli.
I loro nomi, i loro volti e le loro voci restano indimenticabili. E indimenticabile resta la Piazza: non una piazza qualunque, ma il centro del nostro mondo, il luogo dove si faceva la storia.
O.I.
(**)


NB la foto sopra, pur non essendo collegata alle Olimpiadi, offre un’idea di come si giocava in Piazza in un torneo di calcio degli anni ’70. Da sinistra in piedi: Peppo (Giuseppe Vanzini), Alfonso Corio, Paolo Macchi di Gianfermo. Accosciati da sinistra: Paolo Macchi di Abramo, Dario Bacchion, Gaspare Villa

Torneo di calcio degli anni ’70. Da sinistra in piedi: Alberto Scandroglio, Gabry (Gabriele Galli), Tato (fortunato Monfrin). Accosciati da sinistra: Luciano Melchiorri, Lorenzo Boretti, Gianni Bacchion
Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi lì:

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