Quarto grado dell’orazione carmelitana: l’acqua arriva dal cielo, come se piovesse molto

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Quarto grado dell’orazione carmelitana: l’acqua arriva dal cielo, come se piovesse molto
Siamo arrivati al termine di questo percorso, accompagnati da s. Teresa, ma ora comincia il vero cammino, di
vita vissuta in un intimo rapporto di amicizia da solo a solo con Colui che sappiamo ci ama. Qui l’acqua arriva
direttamente da Dio come se piovesse abbondantemente; quindi, il giardiniere non deve fare assolutamente
nulla, se non godere di questa acqua gratuita e copiosa che dà pace gioia ma anche conoscenza infusa di Dio.
Intelletto e memoria qui sono nutriti senza che si faccia alcuno sforzo. I frutti sono maturi, i profumi inebrianti,
si possono anche offrire e condividere con altri. Questo grado è l’orazione di unione trasformante, l’estasi.
“Da principio, è quasi sempre dopo una lunga orazione mentale: sperimentati i tre gradi di orazione il
Signore viene a prendere quest’uccellino e lo depone nel nido perché si riposi”. Questa è la spiegazione di
Teresa. Molto semplice. Le tre facoltà riposano completamente in Dio e questo senza nessuna fatica.
Ovviamente vanno prese con le pinze tutte quelle manifestazioni di questo tipo raggiunte senza un cammino
di fedeltà e di preghiera, oppure desiderate fini a sé stesse. Probabilmente ci siamo resi conto in questo
percorso che si passa da una preghiera più articolata, fatta di pensieri, parole, di concentrazione e fatica ad
una semplificazione della preghiera stessa. Dalla fatica al riposo, dalla solitudine all’amicizia, dalle lacrime
alla gioia, dal desiderio alla pienezza. Qui l’anima trova la fonte stessa dell’acqua viva, ne è immersa; vive
della Presenza di Dio che la inabita. Ma Teresa, ormai lo abbiamo capito, è una donna molto concreta e
proprio in questo grado, ci mette in guardia e richiama in maniera decisa l’importanza dell’umiltà. In questo
alto grado di orazione è una conditio sine qua non. Senza umiltà non si costruisce nulla, non si riceve nulla e,
come ormai sappiamo, più si va avanti più si deve diventare recettivi, passivi. “Qui l’umiltà è assai accresciuta
perché l’anima vede che non ha fatto nulla per ottenere quella grazia eccessiva e grandiosa”. Teresa continua
a ripeterlo anche a sé stessa; il pericolo di cadere al di fuori delle mura del castello è sempre in agguato e
quindi la lotta spirituale e soprattutto il restare uniti a Lui deve sempre accompagnare la persona che
cammina in queste vie. Teresa non ha paura di guardare in faccia alla sua miseria e piccolezza; mette in luce
qualcosa che ci può aiutare nella nostra vita, anche sacramentale. A volte noi pensiamo di non avere chissà
cosa da confessare perché in fondo sui dieci comandamenti ci siamo, non ammazziamo, non rubiamo,
facciamo anche la carità, insomma, siamo dei buoni cristiani… Teresa, invece, si sente una grande peccatrice
e, come abbiamo visto non smette di cantare le misericordie di Dio nella sua vita; ma dov’è il segreto? Se in
una stanza c’è buio pesto nessuno vede polvere o ragnatele e quindi sembra tutto pulito e in ordine, ma se
quella stanza venisse inondata di luce non vi sarebbe ragnatela che resti nascosta (Vita 19,2). Anche la
consapevolezza del proprio peccato e della propria piccolezza è un dono di Dio da chiedere e da vivere con
Lui. Ci facciamo illuminare dalla Sua Parola quando ci prepariamo alla confessione? Lasciamo che il Suo
Amore illumini ogni angolo della nostra vita, oppure cerchiamo di tenere dei punti nascosti dove la sua luce
non possa arrivare?
Di contro è necessario non prestare il fianco al nemico, a colui che divide, perché qui potrebbe giocarci un
brutto scherzo. Ci potrebbe far fermare sulla nostra debolezza e miseria e metterci nella testa che non siamo
degne di accostarci all’orazione; da qui ne deriverebbe una caduta rovinosa, perché ci allontaneremmo da
quel rapporto che ci salva, anziché restare più strette a Lui. Il demonio maschera il suo inganno con le vesti
di una falsa umiltà, facendoci così allontanare da Lui, tralasciando l’orazione.
Prima parlavo di lotta spirituale. San Paolo ci spiega molto bene quale deve essere l’armatura del cristiano
nella lettera agli Efesini (Ef. 6,10-19)
Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per
poter resistere alle insidie del diavolo. […] Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel
giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi
con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il
vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi
infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di
Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a
questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me…
Nella Regola primitiva carmelitana, a cui Teresa si rifà per riformare l’Ordine carmelitano (Scalzo), viene
rivisitata questa pagina di s. Paolo in questo modo:
I fianchi debbono cingersi col cingolo della castità; il petto deve fortificarsi con pensieri santi, perché sta
scritto: il pensiero santo ti renderà incolume. Bisogna indossare la corazza della giustizia, in modo che abbiate
ad amare il Signore Dio vostro con tutto il cuore, e con tutta l’anima e con tutta la forza, e il prossimo vostro
come voi stessi. In tutte le cose deve impugnarsi lo scudo della fede, per mezzo del quale possiate spegnere
tutti i dardi infuocati del maligno: difatti senza la fede è impossibile piacere a Dio. Deve inoltre essere posto
sul capo l’elmo della salvezza, affinché attendiate la salvezza dall’unico Salvatore, il quale libererà il suo
popolo dai suoi peccati. Infine, la spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra
bocca e nei vostri cuori; e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore. (Regola Primitiva,19)
Abbiamo, dunque, tutte le armi per poter combattere e difendere il nostro castello. Il maligno userà tutte le
sue lusinghe per far cadere un’anima che è giunta a queste vette, perché la vittoria per lui sarà ancora più
grande.
Concludendo; cos’è, dunque, la preghiera contemplativa?
È qualcosa che ci allontana dal mondo, che ci separa dalle relazioni, che ci rende estranei alle vicende intorno
a noi? Niente di più sbagliato! La preghiera contemplativa è ciò che ci permette di vedere tutto, noi stessi, gli
altri e il mondo attraverso gli occhi del Figlio, attraverso l’Umanità di Gesù; è finalmente avere la
consapevolezza che Dio ci guarda e ci ama attraverso Suo Figlio Gesù; è accogliere il Suo Amore, lo Spirito,
per essere resi capaci di amare. La preghiera contemplativa ci rende umani, uomini e donne vere, con i piedi
ben piantati per terra ma con il cuore fisso in Dio. È avere mani che toccano la sofferenza dei fratelli, che
alleviano dolori e portano consolazione, ma semplicemente perché prolungamento dell’Umanità di Cristo.
Questo è essere contemplativi! Quando ho iniziato questo percorso, una persona amica (nel senso teresiano
del termine) mi ha fatto dono di questa riflessione di Alessandro Deho riportata su Avvenire a partire da un
passo tratto da “Abitare poeticamente il mondo” di Christian Bobin. Bobin scrive riguardo alla
contemplazione: …non è una decorazione, non è qualcosa di estetico, è come mettere la mano sulla punta
più sottile del reale”. Scrive Deho: “mi piace questa definizione che, con coraggio e intelligenza, sembra
collocare nella pelle la nostra capacità di contemplare. La pelle avvolge tutto il nostro corpo e ha funzione da
una parte di delimitarlo, di proteggerlo, di separarlo dal mondo esterno ma dall’altra parte, grazie alle
strutture nervose, di permettere lo stato di costante relazione. Contemplativo è colui che sa dire “Io”, che sa
delimitarsi e limitarsi, che ha imparato a camminare il limite e che nel limite si lascia trovare dal Vivente.
Contemplativo è colui che si protegge dal mondo quando la velocità, la superficialità, l’interesse egoistico
rischiano di portarci a diventare insensibili, a non lasciarci più ferire dal reale, dal dolore, dal fratello.
Contemplativo è colui che quando sceglie la solitudine lo fa per mettersi in relazione con la parte più vera e
più profonda dell’esistenza. Mi piace pensare che ogni uomo sia avvolto da un bisogno di contemplazione,
che sia la nostra vera pelle, che ogni parte del corpo sia adibita a questo. Mi fa guardare all’uomo come un
essere intrinsecamente esposto alla preghiera.
La contemplazione è connaturale a noi. Commento solo con una frase di san Giovanni della Croce,
riformatore del Carmelo insieme a s. Teresa d’Avila e Dottore della Chiesa che scrive nell’opera conclusiva
della sua vita a pochissimi mesi dalla morte: Fiamma d’amor viva:
O fiamma d’amor viva, che soave ferisci
dell’alma mia nel più profondo centro!
Poiché non sei più schiva, se vuoi, ormai finisci;
rompi la tela a questo dolce incontro.

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