Macheronte

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Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

I – Fortezza di Macheronte, 15 Shevat 3788

Corro a perdifiato e raggiungo la scala che scende alla cella della prigione che sta sotto il cortile.

I gradini, scavati nella roccia basaltica, sono stretti e irregolari, consumati dall’uso e resi viscidi dall’umidità. Solo la fioca luce di una torcia fissata a metà della rampa mi permette di orientarmi.

Provo a scenderli a due a due, appoggiandomi con mani e spalle alle pareti per non perdere l’equilibrio. L’aria è stantia, impregnata di muffa e di un odore metallico che mi fa pensare a quando si macellano gli agnelli.  

In fondo, dopo una svolta a gomito, appare l’ingresso della cella. La pesante porta in legno di acacia, rinforzata da fasce di ferro arrugginite e chiodi, è annerita dall’umidità e dal fumo delle torce. Ora è completamente spalancata. Brutto segno, penso.

Ancora col fiato grosso e il cuore che martella, mi rannicchio nell’ombra di una colonna. Sono qui, accovacciato, nascosto  alle spalle di tutti gli altri, a sbirciare, come se fossi in colpa. Non dovrei essere qui, ma non dovrei neppure sentirmi in colpa. 

Davanti a me la scena si apre come un macabro palcoscenico. Tutto sembra sospeso, e io non oso quasi respirare. Un debole chiarore filtra dall’unica apertura— una piccola finestra rettangolare posta in alto sbarrata da grate pesanti —  catturando l’ultimo raggio di luce del giorno ormai al declino. Dalla mia postazione vedo il riflesso di quel chiarore sulla lama del boia. Risalgo con lo sguardo e, nella semioscurità, riconosco il carnefice: Ateporix, il più fedele tra i mercenari galati di cui si circonda Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea sotto l’autorità di Roma, non “re”, come pretende di essere chiamato dal popolo.

Nella mano destra stringe ancora la spada insanguinata; con l’altra solleva la testa di Giovanni per i capelli, il braccio teso, offrendola allo sguardo dei presenti. Per lui è solo l’esecuzione di un ordine, un gesto consueto, un dovere che non chiede spiegazioni.

È un uomo dedito alla violenza e abituato all’obbedienza cieca. Nella fortezza tutti conoscono la sua ferocia: gli scatti d’ira improvvisi, la brutalità con cui esegue gli ordini, la fedeltà rabbiosa di chi non pensa, ma ubbidisce. Ha il busto massiccio, i muscoli tesi sotto la tunica corta di tessuto pesante.

La testa di Giovanni, illuminata dal chiarore che filtra dalle grate, pende leggermente di lato. Il volto cereo, privo di vita, conserva ancora la sua dignità. Gli occhi sono socchiusi, come se trattenessero ancora un ultimo pensiero. La barba ispida e incolta, bruciata dal sole del deserto, sottolinea il profilo severo del volto e rende ancora più intenso il silenzio di quella voce che non ha mai smesso di gridare; un silenzio rotto soltanto dal lento, ritmico stillare del sangue dal capo reciso.

Giovanni giace con le braccia abbandonate in un gesto di resa. Un braccio ricade dal rialzo di pietra, la mano piegata dal proprio peso. Le dita, prive di forza, si curvano leggermente come se cercassero un ultimo, impossibile appiglio.

I bianchi panni che gli cingono i lombi, ormai lordi di sangue, sembrano un drappo sacrificale. Accanto a lui, uno dei ragazzini che Erode tiene a corte per diletto ne solleva un lembo con gesto incerto, timoroso che il sangue lo impregni del tutto; sul suo volto, chino verso il martire, brilla un riflesso di innocenza e di muta pietà.

Il misero abito di peli di cammello è lì accanto, gettato a terra. La cintura di cuoio che gli cingeva i fianchi non c’è più: è sparita nel buio della prigione.

Ateporix resta immobile, aspettando un segno dal suo padrone. Non guarda la vittima, né il sangue. Guarda dritto davanti a sé, indifferente e, nello stesso tempo, orgoglioso del servizio che ha reso.

Tre gradini al di sotto di Ateporix, pronto a ricevere su un vassoio d’argento la testa del Battista, sta piegato  il perfido e astuto Joazar, l’intendente di Erode. È un uomo vestito con cura: un abito scuro di stoffa pesante con un collare bianco, elegante ma non sfacciato, come se volesse nascondere la propria ambizione dietro la compostezza del ruolo. Il volto è sottile, intelligente, segnato da una freddezza calcolata; gli occhi, attenti e mobili, scrutano ogni gesto del “re” per anticiparne i desideri. La sua postura è di chi serve con devozione ma comanda nell’ombra, la mente sempre in  movimento. Tiene il vassoio con un misto di zelo e compiacimento: la precisione del funzionario e il piacere segreto di chi partecipa al potere e vuole trarne profitto. 

Attorno, gli sguardi si intrecciano senza mai incontrarsi.  

Salomè, insuperbita dell’effetto che il suo modo di danzare ha avuto su Erode, facendolo letteralmente impazzire, contempla con distacco la testa di colui che viene chiamato il Battista dai suoi seguaci. Indossa abiti sontuosi, ricchi e dai riflessi dorati; il mantello si apre rivelando ricami preziosi. La luce fa brillare il diadema che porta al collo, forse un dono di Erode. Non mostra orrore né pietà: vuole soltanto assaporare l’attimo di potere che la sua avvenenza e la sensualità le concedono.

Vengo distratto dalla sua cagnolina che, ignara di ciò che la circonda, le salta intorno in cerca di una carezza, agitando la coda. Il suo movimento: un fremito di vita dentro un luogo di morte.

Salomè non la degna di uno sguardo: è impegnata in una conversazione con la madre, Erodiade. Non riesco a cogliere le parole, ma vedo il gesto della mano che, con un dito, indica la testa di Giovanni.

Erodiade annuisce. Il suo sguardo è fisso sul capo del Battista e negli occhi si accende il bagliore della soddisfazione di chi ha vinto la propria battaglia. È lei che ha orchestrato tutto e ora contempla il risultato di ciò che desiderava da tempo.

Erode, ebbro di vino, lo vedo cercare sostegno appoggiandosi al braccio di Erodiade, osserva la scena con un’aria smarrita. È un uomo maturo , inebriato dal potere, deciso a dimostrare la propria grandezza al dominatore romano, illudendosi di poter emulare, forse superare, suo padre Erode il Grande, che aveva ottenuto da Augusto gloria e onori; aveva infatti tradito Marco Antonio e prestato fedeltà all’acclamato imperatore ricevendo in cambio la conferma del regno e nuovi territori a oriente del Giordano. Nel suo sguardo si insinua un’ombra di pentimento . Lo assale il dubbio di chi comprende, troppo tardi, di aver ordinato ciò che non avrebbe dovuto. Lo affligge la consapevolezza, che non ammetterà mai, di aver provocato un evento sciagurato a causa dell’impulsività e del delirio di onnipotenza.

Miriam, la vivandiera, mi raggiunge proprio ora. Alla vista dell’orrore, il suo petto si solleva e ricade in piccoli sussulti, come se l’aria le mancasse. Poi si accascia accanto a me, piangendo in silenzio e portandosi una mano a coprire gli occhi . 

Anch’io, istintivamente, mi porto entrambe le mani sul volto, come se volessi lavarmi via quella visione e risvegliarmi da un incubo. Ma questa è la realtà. E mi sgomentano e mi indignano la calma e la leggerezza con cui i dignitari più vicini ad Erode, accettano questo atto infame contro un innocente, un profeta come professano i suoi seguaci, solo in quanto deciso dal potere. Quante volte il dominio dei forti ha soffocato la voce dei propri oppositori? E quante volte ancora lo farà, finché qualcuno non troverà il coraggio di opporsi come ha fatto Giovanni?

II – Fortezza di Macheronte – Un’ora prima

Seduto sui gradini che portano al forno il cui fuoco alimenta senza sosta il calore al calidarium e all’acqua della vasca, guardo dall’alto lo spettacolo che si apre sotto i miei occhi. La fortezza di Macheronte domina il Mar Morto come un nido d’aquila, sospesa tra roccia e cielo, e il mio sguardo corre lontano, fino a Gerusalemme la santa, ma anche l’eterna tribolata. In questa luce la città sembra un miraggio che risplende di riflessi dorati nel deserto. 

Sono stanco questa sera, ora che il giorno declina e la festa per il compleanno di Erode è quasi al termine, e nessuno ha più bisogno dei miei servigi. Prima dell’alba ero già sceso nei sotterranei a controllare che il calore che scalda il pavimento delle terme fosse adeguato. È sempre il primo pensiero del giorno: che il fuoco lavori bene, che il respiro della fornace sia regolare, mai troppo, mai troppo poco, perché un calidarium non perdona gli sbagli. Se esageri, bruci; se risparmi, il calore non serve a nulla. Ma quando trovi il punto giusto, allora sì: l’aria e l’acqua diventano un abbraccio caldo, quello che ti scioglie le ossa e ti rimette al mondo.

Ho perso il conto degli anni in cui servo Erode; ormai sono il più anziano addetto alle terme. Eppure continuo a svolgere il mio lavoro con la stessa diligenza di sempre, e la conoscenza che ho maturato nella conoscenza delle erbe mediche e nella preparazione degli oli per ungere il tetrarca e i suoi ospiti mi garantisce una posizione di privilegio.

Per loro preparo una mistura pregiata che ho perfezionato negli anni: olio d’oliva, scaldato piano, poi nardo per il profumo, mirra, e una goccia di balsamo di Giudea, che vale più dell’oro. Agli occhi dei notabili, però, resto trasparente: poco più di un utensile. Mi cercano solo quando si ammalano o si feriscono, quando hanno bisogno delle mie erbe officinali, dei miei impiastri, delle mie mani che conoscono il calore e la cura.

Un utensile pensante, però , con orecchie ben aperte, che ascoltano i loro segreti e i pettegolezzi che, a volte, valgono più dei comunicati ufficiali.

Eppure questa vita, per quanto io sia appassionato del mio mestiere, non mi soddisfa. Mi domando spesso se un giorno non troppo lontano mi pentirò di aver prestato le mie mani e la mia abilità a questo despota che, nel mio intimo, disprezzo. Ma sono troppo pigro, forse vigliacco, per lasciare tutto e tornare a Gerico, ma mi assolvo dicendo che non so fare altro e allontano il pensiero.

tutti, dalle cucine alle scuderie, sanno che Giovanni — il predicatore del deserto, o il profeta, come molti lo chiamano senza più abbassare la voce — sta rinchiuso nella prigione di questa fortezza, fatto imprigionare da Erode mesi fa. Dicono che il tetrarca fosse stufo di sentirsi rinfacciare, davanti a mezzo mondo, di aver preso in moglie la donna di suo fratello Filippo. «Non ti è lecito tenerla!» aveva tuonato più volte sulle rive del Giordano, e la voce correva veloce: pescatori, mercanti, donne coi bambini, soldati in licenza, tutti in fila per farsi immergere nelle acque del fiume e liberarsi delle colpe, aspettando la venuta del Messia come si aspetta un temporale che si sente nell’aria.

Ma la ragione più profonda è un’altra: Giovanni si scagliava contro gli uomini del potere, e il popolo era con lui. Anche nascosti tra queste mura molti sono suoi seguaci, persino tra le guardie e la corte. E io stesso ne sono rimasto colpito dalle descrizioni che alcuni mi hanno fatto di lui e dei suoi discorsi: colpito dalla sua forza interiore, dal coraggio con cui predica, senza peli sulla lingua, fustigando malefatte e nefandezze.

Per questo, quando è arrivata Miriam la vivandiera -che con fede e coraggio si è immersa nelle acque del Giordano per ricevere il battesimo da Giovanni- che gridava il mio nome, «Ben‑Shimon!», con la voce spezzata e frasi sconclusionate, sono balzato in piedi e le sono corso incontro.

«Vogliono tagliare la testa a Giovanni! Vieni subito!»

Mentre correvamo verso il cortile, mi ha raccontato in modo concitato ciò che era appena accaduto. Ho capito così che, alla fine del ballo, Erode — incantato dalla danza sensuale di Salomé, istruita da sua madre e pieno di vino — le aveva promesso con giuramento di darle tutto ciò che avesse chiesto. «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista.»

Erode è un pauroso e pieno di sè, ma non è stupido, conosce l’influenza di Giovanni sulla gente e, da ebreo qual è, teme di attirarsi una maledizione del popolo e , forse di Dio stesso, toccando un uomo santo. Ma dopo il giuramento fatto pubblicamente davanti alla corte e ai generali romani non poteva più tirarsi indietro. Così ha impartito il nefasto ordine.

Non so cosa avremmo potuto fare noi, certo non potevamo restare fermi. Corremmo verso la prigione. Io davanti più veloce di lei.

III – Fortezza di Macheronte – Notte

E’ ormai notte fonda e io ripenso al dramma di oggi e anche alla mia paura di espormi, ma ormai, come mi assolvo sempre, è tardi… Sento dei passi leggeri. Mi alzo subito dal mio giaciglio,e con il cuore che mi batte forte, corro alla porta. È ancora Miriam, e con lei ci sono altri seguaci di Giovanni: due uomini e una donna che vedo ogni giorno alle terme, ma non avrei mai sospettato di nascondere il segreto della fede in Giovanni . Basta uno sguardo e capisco perché sono qui. 

Senza parlare afferro gli unguenti per la sepoltura. L’angoscia mi pesa sul petto come la macina del mulino. Scendiamo insieme verso la prigione: le guardie ci fanno cenno di passare senza dire una parola. Mi domando se sono state corrotte in qualche modo o sono anche loro seguaci del Battista.

Il corpo di Giovanni è lì, irrigidito . Lo avvolgiamo, con qualche difficoltà, in un panno di lino grezzo, lo stesso che avevo preparato per i bagni alle terme, e che ora diventerà il suo sudario. Solleviamo, con rispetto il suo corpo, privo del capo, e usciamo dalla fortezza. Alla porta, la sentinella finge di non vederci e si gira dall’altra parte.

La debole luce  della luna, in parte coperta dalle nubi,  basta appena a indicarci il sentiero quel tanto che serve a non perderci. 

Miriam cammina sicura davanti a noi. Io invece, tenendo per le braccia il corpo di Giovanni, inciampo nei miei stessi timori. Il Mar Morto laggiù è una macchia scura, come il mio animo. 

Raggiungiamo finalmente la grotta. Di fatto si tratta di una semplice cavità sufficiente a contenere a malapena un corpo. Appoggiamo Giovanni a terra e, mentre mi preparo, vedo le mie mani tremare. Non so se per lo sforzo o per la paura, oppure… per la vergogna di essere ancora vivo mentre lui, che viveva e parlava da uomo libero, giace davanti a me senza più voce.

Passo l’olio profumato sulla sua pelle con la delicatezza che userei con la mia amata, ma dentro sento qualcosa spezzarsi. L’odore dell’aloe e della mirra si diffonde nell’aria: caldo, resinoso, amaro. Ci avvolge con lo stesso peso di un sudario.

Miriam mi aiuta ad avvolgere il corpo nel sudario. Una benedizione recitata sottovoce. Poi solo il rumore delle pietre che si accumulano all’imboccatura della grotta, e il nostro respiro affannato. E in quel suono, nel buio, capisco che qualcosa è cambiato per sempre dentro di me.

IV – Palazzo di Erode, Gerusalemme –  14 Nisan 3790 , Erev Pesach

È la vigilia di Pasqua. Gerusalemme è colma di gente salita per le feste. Anche Erode con la sua corte è qui, nello sfarzoso ed enorme palazzo. E’ già buio ma sto ancora lavorando, facendo scorta di unguenti in previsione della festa e degli invitati, ma da un po’ di tempo non sono più come prima: capisco che sto invecchiando. È successo così in fretta che non me ne capacito: fatico ad alzarmi e le giunture scricchiolano. Eppure continuo a fare ciò che ho sempre fatto, come se il mio mestiere fosse l’unica cosa che mi tiene in piedi.

Sento all’esterno un rumore crescente: schiamazzi, urla, insulti, passi affrettati. Mi affaccio nel cortile interno. Un manipolo di soldati armati di spade e bastoni trascina qualcuno. Le torce oscillano, proiettando ombre lunghe sui muri. Sento l’odore del loro alito che puzza di vino e di marcio. 

Erode sta uscendo ora sul patio. Ride e una giovane donna che gli si affianca, la testa piegata di lato, mentre un attendente gli sistema il mantello pesante e lo ferma con una fibula d’argento lavorata. Non capisco cosa succede. Poi distinguo le voci sempre più forti e comprendo. Gesù di Nazareth. Il Maestro più amato dal popolo. Il più odiato dai farisei e dai sadducei. Colui che Giovanni definì “l’agnello di Dio “ per la sua mitezza è lì, immobile, silenzioso, le mani legate dietro la schiena da una grossa corda, come un malfattore, un uomo pericoloso e violento. Al contrario, mi sembra di scorgere un livido sotto l’occhio.

Dall’alto dei gradini, Erode lo incalza con la sicurezza di chi crede che la propria posizione basti a far cessare il silenzio dell’uomo. La sua voce, impastata di vino e di eccitazione, rimbomba nel cortile:

Finalmente! Il guaritore… il mago… il famoso Nazareno è tra noi!  

Si batte la mano carica di anelli sul petto, ridendo come se la scena fosse uno spettacolo preparato per lui.

Dicono che fai camminare gli storpi, che ridai la vista ai ciechi…  

Si sporge in avanti.

Su, mostrami qualcosa. Un segno. Un prodigio. Qualunque cosa!

Gesù tace.

Erode si irrita, ma finge di scherzare:

Non parli? Non hai nulla da dire al tuo re?  

Fa un gesto teatrale verso la folla.

Guarda quanta gente è venuta per te! Non vorrai deluderli…

Gesù tace.

Erode stringe gli occhi, come se volesse leggergli dentro:

Mi hanno detto che hai risuscitato i morti. È vero?  

Pausa. 

O è solo una storiiella per i creduloni ?

Gesù tace. 

I soldati  lo spronano a rispondere, qualcuno gli tira forte la barba per fargli aprire la bocca. Gli altri sghignazzano e lanciano sberleffi. 

Erode perde la pazienza:

Parla! Difenditi! Dimmi almeno chi credi di essere!  

Poi, con un sorriso perfido:

È questo che sei, un re? È questo che vuoi, un trono? Una corona?

Gesù tace. I suoi occhi trafiggono quelli di Erode che, per un momento, vede tornare il fantasma di Giovanni. Non vuole certo avere altri problemi con il popolo o con i Romani.

Intorno scende il silenzio. Ferito nell’orgoglio, il tetrarca si volta verso i suoi: — Vestitelo come un re, allora! E portatelo via dalla mia vista. Il procuratore romano è salito a Gerusalemme per le feste: che se la veda lui. 

Si gira di scatto e si avvia. I cortigiani lo seguono. Si vede che sono a disagio, ma nessuno osa commentare. 

I soldati gettano addosso a Gesù un mantello vistoso, ridicolo; lo deridono, lo spintonano e, mentre lo insultano, lo trascinano fuori dal palazzo. Allora, senza averne piena consapevolezza, mi apro un varco tra la folla, spingendo via spalle e mantelli. Correndo come posso lo raggiungo alle spalle. Sono a pochi passi da lui. Senza pudore, senza pensare, grido: — Rabbi!

Non so cosa voglio dirgli. Non so perché l’ho chiamato. O forse sì: forse è la stessa voce che mi ha spinto, anni fa, a seguire Miriam nella notte per seppellire Giovanni. La stessa voce che non ho mai avuto il coraggio di ascoltare davvero.

In mezzo al trambusto lui sembra non sentirmi, ma, fatti alcuni passi, si ferma e si gira. Mi guarda. I suoi occhi si accendono, e in quell’istante mi pare di scorgere sulle sue labbra un accenno di sorriso. Ma è lo sguardo a colpirmi: uno sguardo che non giudica, non accusa, non pretende. Uno sguardo che mi scruta dentro. 

Uno strattone alla corda, un sussulto del prigioniero, e il corteo riparte. Sento gli ordini delle guardie che si allontanano, il rumore dei sandali sul selciato, il chiarore delle torce che si affievolisce.  

Resto immobile nell’atrio deserto. Lo spettacolo è finito. La corte, delusa, rientra nella sala dei banchetti. Riprendono le risate, tintinnano i calici, ricomincia la stessa musica. Non per me. Non voglio più sprecare il mio tempo con i signori della guerra e con i loro complici, che abbattono vite umane come un contadino falcia l’erba alta in primavera.

Raccolgo le mie poche cose: lo stige, un panno, il bastone, la bisaccia. Il resto lo troverò lungo la strada. Faccio per andarmene, ma sulla soglia un pensiero mi coglie. Torno indietro. Dalla piccola cassetta di legno nell’angolo della stanza prendo i sacchetti di erbe che ho raccolto lungo i sentieri che percorrevo, nei wadi dopo le piogge, ai margini dei campi, e che ho messo da parte con cura; insieme ai piccoli pezzi di mirra, coperti di polvere giallastra, e a qualche “lacrima” d’incenso, bianca come il latte, passati tra le mie mani al palazzo. Foglie di salice e di menta per la febbre; radici di liquirizia e valeriana per il dolore. Sono sempre servite ai potenti. Adesso basta. Ho sbagliato: non erano per loro. Sono ancora in tempo a destinarle a chi ne ha davvero bisogno.

Mi lascio alle spalle il lusso delle terme e la magnificenza dei giardini pensili del palazzo di Erode. Attraverso la parte alta della città, tra dimore patrizie e portici silenziosi, poi imbocco la discesa che conduce ai quartieri popolari. Qui le strade si restringono e la luce si fa più fioca.

Quando incrocio la grande via dei pellegrini — quella lastricata che sale dalla Piscina di Siloe verso il Tempio — la attraverso rapidamente e mi addentro nel labirinto dei vicoli più poveri e tortuosi. L’aria, qui, sa di cenere bagnata abbandonata negli angoli. Odora di vino aspro rovesciato sui tavoli delle taverne, del salmastro pungente del pesce sotto sale che si fonde al tanfo del garum, dell’acre odore di cuoio conciato e del sentore acido dello sterco di asini e cammelli.

Tra le mura strette, dove il vento non soffia mai, ristagna il lezzo dolciastro del soffritto di cumino, aglio e cipolla, annegati nell’olio d’oliva più scadente. In mezzo a questo impasto di odori, sulle mie mani resiste ancora una traccia sottile del Balsamo di Giudea. Per chi mi incrocia, profumo come un dio… o come un traditore che serve il tiranno.

Qualche cane randagio rovista tra l’immondiziai. Il silenzio è rotto solo dal raglio di un asino in lontananza e dal battito sordo dei miei passi sulla pietra. Le poche torce accese gettano sprazzi di una luce giallastra e malferma, che trema sui muri. Mi muovo senza sapere dove sto andando, ma sapendo finalmente da chi sto andando via.

La notte è fredda, ma dentro di me un fuoco si è acceso: quel calore che covava sotto la cenere e che ora riprende vita. Mentre avanzo nel buio, mi tornano in mente le parole di Giovanni, quelle che Miriam mi ripeteva con gli occhi lucidi: «Raddrizzate i sentieri». Allora non capivo. Ora sì:  parlava dei sentieri tortuosi che mi porto dentro.

E poi lo sguardo del Maestro. Quello sguardo che mi ha sconvolto e mi ha trasmesso un messaggio: non sono solo un servo, non sono solo mani che stendono dell’olio sul corpo di un tiranno. Sono mani che possono scegliere. Non lo dico ad alta voce — non ne ho il coraggio — ma sento che è così. 

Continuo a camminare, sempre più stanco, ma con un passo nuovo. Non ho una meta precisa, ma ho una direzione da seguire.

E questo, per la prima volta, mi basta davvero.

O.I.

Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi qui

nella chiesa di San Giovanni Battista davanti all’affresco

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