A cura di Suor Sabrina – Comunità di Bergoro
Proseguiamo nel nostro cammino, non solo di conoscenza, ma soprattutto di esperienza dell’orazione carmelitana.
Nelle “puntate precedenti” ci siamo avvicinati a questo modo di vivere la preghiera, ossia un rapportarsi in amicizia, stando molte volte in un rapporto a tu per tu con Colui che sappiamo ci ama” (La mia vita 8,5 Ed OCD). Ma come possiamo vivere questa amicizia?
Innanzitutto, orazione e vita devono diventare un tutt’uno, quindi non si deve mai separare la vita di preghiera dalla vita quotidiana, ma l’una illumina l’altra. Sapientemente Teresa ci dice che per vivere un rapporto di amicizia con Dio è bene sperimentare vere amicizie, profonde, quelle che danno senso alla vita e la trasformano in bellezza e condivisione; lei la chiama “la compagnia dei buoni”.
È dunque necessario prestare attenzione a:
- Le relazioni con gli altri (rispetto, amore, solidarietà, perdono…)
- Al rapporto con te stesso
- Al tuo rapporto con Gesù
È necessaria una forte determinazione (determinata determinación), costi quel che costi, perché Gesù merita il primo posto; in questo modo si potranno avere i frutti duraturi dell’orazione. Presta attenzione alla preparazione remota (cioè ogni azione e ogni pensiero della giornata siano orientati a Lui e siano secondo la sua volontà) e alla preparazione prossima, cioè i minuti che precedono l’incontro (mi preparo ad andare ad incontrarlo, spengo il telefonino, cerco di prepararmi al silenzio, accantono la frenesia del fare etc.).
Prima di cominciare:
- Cerca un luogo adeguato e silenzioso;
- Prepara un testo del Vangelo, un simbolo o un’immagine (meglio un’icona) che ti permetta di concentrarti su Gesù, sulla sua Persona;
- Assumi una posizione rilassata e comoda per poter entrare nella tua interiorità; posizioni scomode o troppo rigide ci bloccano o ci concentrano sul corpo e sul suo disagio;
- Ascolta nel silenzio il tuo respiro, il tuo corpo, il tuo cuore e cerca di lasciare fuori rumori e distrazioni;
- Concentrati su Gesù, sulla Sua Presenza in te o reale nel Tabernacolo;
Entrando in preghiera:
La cosa più importante è guardare Gesù; per questo metti davanti ai tuoi occhi un’icona che ti aiuti a fissare lo sguardo su di Lui; la preghiera è opera dello Spirito Santo in noi per cui inizia con un’invocazione allo Spirito, anche prolungata;
- Rappresentati Lu vivo dentro di te;
- Se stai pregando su un brano del Vangelo raffiguratelo al vivo, all’opera;
- Ripeti brevi frasi e semplici che esprimano ciò che vuoi dirgli;
- Dialoga con Lui per un certo tempo, per comprendere approfondire, anche se non sei ancora nel cuore della preghiera
Più in profondità:
Il centro della preghiera è la persona di Gesù; Teresa punta molto sull’Umanità di Cristo, perché è la via che Dio ha scelto per farsi conoscere e per stare in mezzo a noi. È importante ora, al di là del dialogo lasciarsi guardare da Lui, ascoltarlo, accogliere la Sua luce, la Sua voce e lasciarsi avvolgere dalla Sua Presenza.
- È il tempo del vero silenzio, della passività, di lasciar agire Lui.
- È il tempo del grazie, di chi riconosce le grandi opere Sue nella nostra piccola vita;
- Si può concludere portando nel cuore la Parola che più è risuonata, un’immagine che ti ha colpito ma soprattutto la certezza che il Suo Amore non ti lascerà mai;
- Termina con un’invocazione a Maria, che, come Madre, ci porta al Figlio e sussurra al nostro cuore: “Fate quello che vi dirà!”
Il primo grado dell’orazione mentale
Introduzione
Teresa è una donna concreta e per parlare dell’orazione utilizza una simbologia particolare, perché parlare di cose spirituali non è semplice e lei desidera farsi comprendere bene. Lei scrive per obbedienza, ma bisogna tenere presente alcuni aspetti: è donna e quindi non avrebbe potuto né scrivere, né leggere molti libri, né parlare né tantomeno insegnare; siamo nel periodo dell’inquisizione e lei stessa fu messa a processo, proprio per il libro “La mia vita”; quindi è necessario che non ci sia possibilità di essere fraintesa. La ringraziamo per questa sua capacità di parlarci in semplicità e con una simbologia, così anche noi possiamo perlomeno avvicinarci un po’ al suo modo di parlare con Gesù
La prima simbologia è quella della terra, del giardino, che generalmente non è mai tenuta in considerazione, ma siamo noi, è ciò che mettiamo della nostra umanità, della nostra interiorità. L’orazione permette il passaggio dalla terra brulla, arida al giardino, che non è mai spontaneo ma è il prodotto di un lavoro di cura, di irrigazione, è natura lavorata; richiede cura fedele e assidua, ma anche passione e gusto per la bellezza (il Monte Carmelo stesso significa “Giardino di Dio”). La base, dunque, è la terra, elemento femminile che viene fecondata dalle acque del cielo. Questo è ciò che compie la preghiera in noi. La gioia più piena si ha nella passività massima, quando è Dio che fa tutto.
Ma ascoltiamo da Teresa stessa qual è il punto di partenza:
“[…] chi comincia deve pensare che comincia a fare un giardino in una terra molto sterile, dove ci sono molte erbacce, affinché il Signore possa deliziarsi. Sua Maestà strappa le erbacce e deve piantare quelle buone. Dunque, facciamo conto che tutto ciò è già compiuto quando un’anima si determina a fare orazione e a praticarla; e con l’aiuto di Dio, come bravi giardinieri, dobbiamo fare in modo che queste piante crescano e avere cura di innaffiarle, affinché non si secchino, ma sboccino fiori profumatissimi, per poter dare ristoro a questo Nostro Signore e così Egli venga a deliziarsi molte volte in questo giardino e a rallegrarsi in mezzo a queste virtù”. (Vita 11,6)
E fino a qui la terra; non c’è molto da dire sulla terra. Teresa ha bene in mente la terra arsa della Castiglia e dell’Andalusia; in estate la sete è forte; ecco perché le viene in mente di paragonare la sete di Dio alla sete di acqua e le grazie di Dio stesso all’acqua, lo Spirito stesso di Dio all’acqua.
Quando S. Teresa fonderà dei monasteri, la prima cosa che farà ogni volta sarà quella di scavare un pozzo. Indicativo questo. Per lei non è solo un’esigenza fisica ed igienica, ma soprattutto spirituale, infatti, il pozzo nei monasteri è solitamente posizionato al centro del chiostro; il pozzo è il cuore del giardino claustrale. Rappresenta la fonte della vita e la “fonte d’acqua viva” che è Cristo, centrale nell’orazione teresiana.
La fecondità della terra deriva quindi dall’essere irrorati da quest’acqua, dall’essere radicati in essa, dall’avere la fonte nel cuore del giardino. Questa fecondità si può applicare anche alle attività pastorali. L’anima in grazia diventa essa stessa fonte.
Ora è doveroso soffermarci sull’acqua e sulla sua simbologia. L’acqua è informe, inodore, insapore, trasparente ma può contenere la vita, anzi è l’origine della vita stessa: Acqua Viva. L’acqua è in sé stessa feconda. Teresa, anche in altri suoi scritti, come il Castello interiore, non trova altri elementi naturali all’infuori dell’acqua per spiegare le cose dello Spirito; racchiude in sé il senso del dono, della gratuità, della freschezza, della purezza, della purificazione, della fecondità appunto. Lo stesso Castello interiore inizia e termina con questa immagine: “L’anima è come un albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita, cioè in Dio…” (1M 2,1 e 7M 2,9). Sentendo queste parole anche a noi viene subito in mente l’acqua viva di cui Gesù parla alla Samaritana e Teresa dedica, sempre nel libro della Vita (cap.30), una riflessione proprio su questa pericope evangelica.
L’acqua, dunque è un elemento essenziale ma a noi come può arrivare? Lo chiediamo direttamente a lei. Quattro sono i modi secondo Teresa per far arrivare l’acqua al giardino:
A me sembra che si possa innaffiare in quattro modi:
o tirando l’acqua da un pozzo, con nostra grande fatica;
o con una noria e dei canali e si tira su con un tornio a manovella, ed è con meno fatica che nell’altro e si tira su più acqua;
o da un fiume o da un ruscello, e così si innaffia molto meglio e la terra resta più inzuppata d’acqua e non bisogna innaffiare ogni minuto ed è molto minore la fatica del giardiniere
o se piove molto, e allora è il Signore che annaffia senza alcuna nostra fatica ed è senza confronto molto meglio di tutto quello che ho detto prima (Vita 11,7)
Quattro, dunque, sono i gradi dell’orazione, da lei peraltro già sperimentati, ma quattro è anche il simbolo di totalità, di universalità; quattro sono anche i passaggi della Lectio divina.
Primo grado: tirare l’acqua da un pozzo
Qui ci siamo un po’ tutti; è lo stato di chi inizia a muovere i primi passi nell’orazione. La fatica è inversamente proporzionale alla Grazia. Prima cosa da fare è cercare di raccogliere i sensi, vista udito, ma anche la memoria e la volontà; per questo è bene trovare un luogo raccolto, magari in penombra, silenzioso, restare da soli e pensare alla vita passata. Questo è il momento davvero più faticoso perché i troviamo davanti a noi stessi, al nostro peccato, alle nostre fragilità. È anche il momento del cammino nell’oscurità della fede. Si perché magari attingiamo l’acqua dal pozzo ma il pozzo è vuoto. È il momento dell’aridità, ci sembra di essere sterili, di perdere tempo, di non essere capaci di pregare; la Parola non ci dice nulla, il silenzio si popola di pensieri, il cuore di sentimenti, oppure mi sento freddo come una pietra. Certo è duro e difficile rimanere… ma se restiamo, comprendiamo che Dio sta tenendo in vita Lui stesso quei piccoli fiorellini del giardino che, altrimenti senz’acqua, sarebbero già morti.
Le cause? Teresa non spiega il perché non ci sia acqua dal pozzo, dice che se dipende da Dio, Lui lo fa per nostro vantaggio.
L’aridità la possiamo trovare diverse volte nella nostra vita; quante volte la preghiera non ci sembra più dire nulla? La fatica è smisurata e lo scoraggiamento alle porte? Ci sembra di non avere più sentimenti e le distrazioni sono irrefrenabili.
Anche in questi momenti è importante STARE; raccogliere continuamente la mia attenzione su di Lui, ritornare a Lui. Qui Teresa non dice di fare atti eroici, di fustigarsi o di fare chissà quale penitenza; riporta il giardiniere, cioè noi a fare una cosa sola, molto semplice, ma che implica una grande umiltà, fede, speranza e amore: gioire e consolarsi di lavorare in un giardino che appartiene a un così grande Imperatore. Il fine non è accontentare sé stessi ma Dio e Lui non lascerà cadere nessun momento di questa fatica. In questi attimi, giorni, mesi, anni di aridità si è sotto la croce a sostenere Gesù; la mia sofferenza permette a Gesù di non cadere sotto la croce. Qui conosco i miei limiti, vedo la mia miseria perché possa non inorgoglirmi nel cammino e comprendere che tutte le grazie che verranno dopo saranno SOLO dono suo.
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