Io, Manigunda
La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
QUARTA PARTE

VII – MANIGUNDA
Sto riportando in lettere regolari sulla superficie ruvida della pergamena, la formula dell’antidoto di Galeno a base di cedracca e issopo che Radegonda mi ha chiesto di trascrivere. È un lavoro che mi sta molto a cuore, perché tocca da vicino il male che mi avvelena i lombi e racchiude la speranza della mia stessa guarigione.
Sono concentrata, il silenzio è rotto solo dallo scorrere dello stilo; ma, premendo con troppa forza sul foglio, la punta della penna d’oca si spezza di colpo.
Cerco un’altra penna sul tavolo, ma non la trovo. Spinta dal bisogno, inizio a rovistare tra i ripiani dello stipo di legno scuro, esaminando le capselle in cui conserviamo la cancelleria, finché non ne scorgo una che di solito ho sempre trovato chiusa e a cui non ho mai prestato attenzione. Stavolta la chiave di ferro è inserita nella toppa.
Sollevo il coperchio del cofanetto e vi scopro all’interno, insieme ad alcuni calamai d’osso e a qualche penna di scorta, dei manoscritti che non ho mai visto prima. Li traggo fuori, incuriosita. Le mie dita sfogliano pergamene coperte di simboli geometrici e formule di preghiera a me del tutto sconosciute.
Sto ancora riflettendo di cosa possa trattarsi quando sento i passi di Radegonda che si avvicina con respiro affannato alla porta del piccolo edificio che funge da scriptorium adiacente alla torre.
Quando mi vede ferma davanti allo stipo, con quelle pergamene tra le mani il sangue le defluisce dal volto e si fa grigio come le pietre di queste mura.
Si aggrappa allo stipite della porta con tanta forza che le nocche delle sue mani diventano bianche. Mi fissa con gli occhi sbarrati.

Un brivido mi corre lungo la schiena. Cosa ho fatto?
Non c’è bisogno di parole per comprendere il pericolo: formule ignote associate a segni misteriosi sono la prova perfetta per un’accusa di eresia o di tradimento.
Non mi sono ancora ripresa dalla sorpresa quando un rumore rompe il silenzio: passi pesanti e cadenzati stanno avvicinandosi. Qualcuno sta arrivando.
Il cuore mi balza in gola, ma resto come paralizzata, incapace di muovere un solo muscolo. Le mie dita stringono ancora quei fogli proibiti e i piedi sembrano inchiodati al pavimento.
VIII – ADELBERGA
Mi accorgo delle grosse chiavi di ferro solo quando il silenzio torna a riempire la mia cella.
Il pesante mazzo è lì, sullo scranno. Dimenticato.
Io, madre badessa Adelberga, guida di questa comunità, resto a fissarlo.

Pochi minuti fa Radegonda era qui.
L’avevo convocata per mostrarle una lettera urgente arrivata dal monastero di San Salvatore a Brescia: ci chiedono ricette e rimedi per il Flusso di Ventre, la dissenteria epidemica che sta sfinendo i loro villaggi e le monache, consumandole con febbri e scariche di sangue.
Servono unguenti astringenti, infusi di radici e la sapienza che la nostra erborista poteva consigliare.
Ne stavamo parlando quando, all’improvviso — come se avesse lasciato una pentola sul fuoco — si è congedata con un breve inchino, dicendo che doveva consultare gli antichi testi.
Nella fretta di tornare allo scriptorium ha però dimenticato il cerchio di ferro con le chiavi sul mio scranno.
Evito di chiamarla ad alta voce; raccolgo il mazzo e la seguo lungo il corridoio.
I miei passi si fanno sempre più vicini allo scriptorium.
Radegonda è ferma sulla soglia, le dita avvinghiate allo stipite. Sento nell’aria che c’è qualcosa che non va. Appena mi sente arrivare si precipita all’interno della stanza. Riesco comunque a vedere che, con mossa febbrile, ricaccia la pesante capsella di noce nella nicchia del banco. Gira la chiave piccola e tozza nella toppa, bloccando il chiavistello di ferro proprio nell’istante in cui mi affaccio sulla porta.
Le fisso entrambe, tenendo tra le dita il pesante mazzo di chiavi.
«Le hai dimenticate da me, sorella», dico con voce roca, porgendole l’anello di ferro. Il mio sguardo, che un istante prima era sereno, si fa improvvisamente severo e indagatore.
I miei occhi corrono da Manigunda, immobile con lo stilo tremante tra le dita, a Radegonda, che stringe i pugni e tenta disperatamente di mascherare l’affanno.
So cosa studiano quando credono che io sia impegnata nelle preghiere dell’ufficio.
«Spero che la vostra operosità per l’antidoto… non vi faccia perdere la testa», aggiungo in tono sibillino, lasciando che il dubbio resti sospeso tra i banchi di scrittura.
Mi volto e mi allontano mentre I miei passi decisi risuonano sulle pietre.
Mentre cammino, sento il peso della responsabilità schiacciarmi il petto.
In questo sacro cenobio, eretto sotto la diretta protezione di re Liutprando, affidare a Radegonda lo scriptorium e l’erboristeria è stato il mio modo per riabilitarla dall’infamia anche verso il venerabile Anselmo, custode e presbitero dei chierici di San Giovanni Evangelista del castrum e nostro confessore. Un atto di sovrana fiducia davanti a tutta la comunità, per gridare alle malelingue che la sua competenza e la nobile stirpe meritano rispetto, non l’esilio.
Le severe leggi di re Liutprando puniscono senza pietà chi si affida ai vecchi idoli e chi stringe patti con i riti sacrileghi dei pagani. Se qualcuno al di fuori di queste mura — il gastaldo regio o la gente del vico — anche solo sospettasse qualcosa riguardo a carte e testi non canonici nascosti nel monastero, l’intera comunità sarebbe a rischio. Nonostante il sacro mundio con cui il re protegge la nostra fondazione e la mia stessa persona, lo scandalo ci travolgerebbe: l’immunità del chiostro verrebbe cancellata e tutti i nostri beni ecclesiastici sequestrati per il tesoro del re, lasciando le mie monache nella miseria e nel sospetto di eresia.
(Continua)
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