Io, Manigunda
La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
QUINTA PARTE

QUINTA PARTE
IX – RADEGONDA
Indugio ancora un momento, con gli occhi che scorrono dalle pietre del pavimento al volto intimorito di Manigunda.
Poi, con un sospiro, mentre mi mordo il labbro fin quasi a farlo sanguinare, estraggo i fogli che avevo nascosto in tutta fretta e li stendo sul tavolo.

«Manigunda», sussurro, «le erbe sono come una spada: nella mano giusta proteggono, in quella sbagliata recano morte. Basta un solo minuscolo errore nella dose e ciò che cura si muta in veleno. Se ciò che vedi in queste pergamene finisse nelle mani sbagliate, sarebbe la rovina. Per questo ho dovuto nasconderle dietro simboli e litanie di santi.»
«Non capisco», mormora lei.
Con un gesto deciso del palmo la invito ad ascoltarmi.
Abbasso lo sguardo e leggo una delle formule:
«Nel momento del grande travaglio della carne, accorrete in aiuto della serva di Dio. Preghiamo l’Altissimo per l’intercessione di san Rugelio e del martire san Tangredo. Si offrano al primo III preci devote, affinché scuota la terra del corpo; e al secondo II preci, affinché chiuda la fonte del dolore. Amen.»
«Radegonda, cosa significa tutto questo?» mi chiede Manigunda, scossa da quelle parole, mentre indica la pergamena con dito tremante.
«I nomi dei santi sono anagrammi.
Rugelio rimanda alla rugine della segale, la segale cornuta: il fungo che cresce in cornetti neri sulla spiga.
Tangredo evoca il granato, il colore del vino rosso usato per estrarre la sostanza.
Tre preci a san Rugelio indicano tre grani del fungo per indurre le contrazioni del parto; due preci a san Tangredo significano due dita di vino per sprigionare la forza del farmaco e fermare l’emorragia post-parto.»
«Allora…» sussurra, e le parole le si fermano in gola.
Ora guarda quel falso testo sacro con occhi del tutto diversi.
«Queste cose», continuo con un filo di voce, «non si trovano nei libri dei Padri della Chiesa.
Se scoprono che le custodiamo…»
«I Padri della Chiesa non muoiono di parto», mi interrompe, con una decisione e un coraggio che non le conoscevo.
Mi sporgo verso di lei e poso la mia mano sulla sua, come a suggellare un’alleanza segreta posta a difesa della vita.
Sul mio petto, la piccola croce di bosso oscilla e batte appena contro il legno del tavolo, appesa al suo rozzo cordiglio di lana.
X – ADELBERGA
Torno ora dall’hospitium e quel colloquio con Anselmo – il custode dei chierici di San Giovanni Evangelista e nostro confessore – mi pesa addosso come un macigno sull’anima.
Non è la prima volta che mi parla con quella sua voce severa, che non conosce esitazioni né indulgenza.
Il suo indice, puntato contro di me, oscilla a ogni battuta, quasi volesse scandire, insieme alle parole, il peso del giudizio divino.

È un uomo di fede, sì, ma una fede che giudica, tagliente come la lama di un’ascia: vede la coda del maligno ovunque, anche dove c’è solo fragilità e debolezza.
Dietro quel suo zelo io però scorgo anche altro: l’ambizione che lo spinge verso la corte di Pavia, il fastidio per la nostra piccola comunità di monache che cresce nell’operosità e nella stima della gente del castrum e degli abitanti del vico.
Una stima che, ai suoi occhi, offusca la sua autorità di maestro e guida.
Troppe volte i malati sono guariti grazie alle cure di Radegonda, smentendo la sua comoda resa: «Possiamo solo affidarci alla misericordia di Dio e raccomandargli l’anima». Mentre lui emetteva sentenze, noi curavamo i corpi. Ma le voci corrono più veloci della verità.
Così, se da un lato il popolo esalta i prodigi di Radegonda, nell’ombra c’è chi si scaglia contro di lei, gridando ai riti sacrileghi e alle superstizioni proibite. Mormorii invidiosi che si intrecciano, si confondono, si alimentano, fino a diventare sospetto.
Oggi, però, Anselmo non si è limitato a insinuare, come aveva fatto più volte. Mi ha imposto un ultimatum, prima di far intervenire il duca regio del Seprio.
Se il funzionario della corona apporrà il sigillo del re su un’accusa di idolatria o pratiche eretiche, il diritto d’asilo del nostro chiostro non basterà a proteggerci.
E mentre attraverso la soglia della nostra dimora, sento che il tempo stringe, che basta un solo passo falso perché tutto ciò che abbiamo costruito in questi anni venga spazzato via, come il vento fa volare la pula del grano al tempo della mietitura.
Ho protetto Radegonda fin dal giorno in cui è entrata in questo cenobio, smarrita e ferita come una creatura braccata. La sua giovinezza era stata spezzata da un segreto innominabile.
È figlia di un noble arimanno, capo della potente fara dei Farisengi stanziata nei pressi di Lomello.
Destinata a un matrimonio d’interesse per consolidare il potere della stirpe, ha visto il suo futuro infrangersi tragicamente tra le mura domestiche.
Suo fratello le ha usato violenza: un crimine che le severe leggi del nostro re Liutprando puniscono senza pietà, condannando l’incesto con l’esilio, il marchio perpetuo dell’infamia e la confisca della metà dei beni, che vengono incamerati dal fisco della corona.
Pur di insabbiare lo scandalo e sottrarre il patrimonio familiare dal severo giudizio del sovrano, la sua stirpe ha scelto l’omertà del sangue: Radegonda è stata monacata contro la sua volontà e confinata in un piccolo cenobio arroccato sulle sponde selvagge del Verbano, lontano dagli occhi della corte di Pavia.
Poi la fuga disperata tra le selve e i canneti del lago. La cattura. Il digiuno volontario che l’ha portata a un passo dalla morte.
Solo l’infermeria di quel medesimo chiostro l’ha restituita alla vita. Lì la monaca erborista, donna di mani sagge e cuore grande, l’ha raccolta come si raccoglie un cencio da terra.
Da quel legame Radegonda ha imparato tutto: le piante, i testi antichi, la pazienza. E quando la sua maestra, ormai anziana, si è smarrita nel buio della memoria, lei avrebbe meritato di succederle. Invece la madre di allora, complice la sua famiglia, l’ha umiliata ancora una volta, insinuando che usasse le erbe per patti sacrileghi con i vecchi idoli.
La svolta è arrivata solo in questo monastero fondato da re Liutprando sotto le mura del castrum.
Sfruttando il diritto d’appello concesso dal pio sovrano attraverso l’intervento di un messo regio, Radegonda ha chiesto e ottenuto il trasferimento e io l’ho accolta a braccia aperte nella pace del nostro chiostro.
Ho visto in lei ciò che gli altri non volevano vedere: lucidità, cultura, una fede temprata dal dolore. Le ho dato la mia fiducia affidandole le chiavi dello scriptorium e dell’erboristeria.
Così la sua sapienza e fedeltà sono cresciute, portando cura e guarigione per quanti si affidavano alle sue mani.
Non ignoro che custodisca pergamene cariche di rimedi segreti, al limite del proibito, ma sono convinta che li usi solo a fin di bene e per far progredire il Regno di Dio; celarli dietro codici cifrati serve proprio a evitare che il loro senso venga compreso da occhi malvagi.
E questo mi è sempre bastato.
Adesso, però, dovrò intervenire, prima che la tempesta si scateni e ci travolga.
(Continua)
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