La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
SESTA PARTE
XI MANIGUNDA
Mentre il calore del giorno sta svanendo e l’ombra della sera si allunga sulle pietre del monastero, rientro verso il mio giaciglio nel dormitorio per prepararmi all’ufficio dei vespri
Proprio in quel momento, dentro di me sale un incendio.
All’improvviso, sulla soglia, sento come un ago rovente conficcato nelle viscere: la pietra ha ripreso a muoversi, scivolando più in basso.
Il dolore straziante lascia il fianco e scende verso l’inguine, premendo spietato contro la vescica. Un bisogno urgente, violento e refrattario a ogni controllo, mi mozza il fiato.

Artiglio lo stipite della porta di legno con le ultime forze, mentre le gambe tremano e cedono. Mi trascino a fatica oltre il paravento, verso il vaso di coccio.
Ogni passo è un tormento che mi lacera i fianchi; il corpo risponde a uno stimolo innaturale e vuole spingere, ma la pietra è bloccata nell’ultimo tratto.
Mi accovaccio, stringendo a pugno il crocifisso che ho sul petto, mentre porto l’altra mano alla bocca per non urlare.
Improvvisamente il cerchio che mi imprigiona i fianchi svanisce.
Il sollievo è totale, profondo. Quasi miracoloso.
I polmoni tornano a riempirsi d’aria.
Resto immobile, sfinita, con il sudore freddo che mi imperla la fronte e i muscoli che tremano. Mi rialzo a fatica, reggendomi al paravento, e guardo nel vaso: l’urina è rossa, striata di sangue.
Sul fondo, immerso nel liquido, giace il mio tormento: un calcolo grigiastro, spigoloso e tagliente, grande quanto un chicco di farro.
XII Manigunda
Le prime luci dell’alba filtrano dalle strette feritoie della muratura, sciogliendo l’oscurità del dormitorio. Il rintocco della campanella, che chiama le monache all’ufficio delle Lodi, mi strappa di soprassalto da quel sonno profondo e improvviso in cui ero sprofondata sul mio giaciglio, sfinita dal dolore.
Porto istintivamente la mano al fianco per assicurarmi che la morsa che mi dilaniava la carne sia scomparsa. Resta solo un sordo indolenzimento e la certezza che il calcolo sia finalmente scivolato via, lasciando il mio corpo libero dal supplizio.
La malattia mi ha negato tutto, persino l’anima.
Ora sento che qualcosa può rinascere.
Ma il mistero della sofferenza è difficile da accettare. La risurrezione esige un tributo. C’è un varco obbligato, duro da attraversare, dove il corpo deve prima piegarsi al dolore.
Da oggi in poi sarà così ogni giorno. Una lotta quotidiana contro la paura, la disperazione, gli affanni. Il tentativo di scrollarmi di dosso il peso della solitudine.
Il mio grido è arrivato alla Vergine. Adesso tocca a me pagare il mio debito con il voto. Non sono più mia. Trascino le gambe che sento molli come l’impasto del pane, forzando il corpo verso la cappella.
Ho un bisogno disperato di incrociare lo sguardo di Radegonda e confidarmi con lei. Voglio leggerle negli occhi il mio stesso sollievo, ma adesso mi serve soprattutto il suo coraggio per andare avanti.
Quando inizia l’ufficio, però, il posto di Radegonda tra le file del coro rimane deserto. Le note dei salmi rimangono distanti, un rumore di fondo che non mi tocca, mentre fisso quel legno vuoto.
Spero fino all’ultimo in un ritardo, ma la mia maestra e amica non si presenta nemmeno all’ora sesta, quando ci raduniamo in refettorio per il pasto comune.
La gioia della guarigione svanisce.
Il cuore perde un battito.

Penso al peggio. Stringo le mani a pugno, torcendo la lana grezza del mantello.
Non posso più aspettare, la pazienza è una dote che ancora non ho appreso: devo farmi ricevere subito da Madre Adelberga.
(Continua)
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