XII DOPO PENTECOSTE – 16 agosto 2026
Domenica scorsa eravamo anche noi con Elia, nella caverna, per comprendere che il Signore predilige rivelarsi non attraverso segni imponenti, ma con discrezione come in una “voce di silenzio sottile”, come dice l’originale ebraico, tradotto dalla nostra bibbia CEI con “il sussurro di una brezza leggera”.
Il passo del Secondo Libro delle Cronache che abbiamo ascoltato oggi descrive gli ultimi anni del Regno di Giuda, la caduta di Gerusalemme e l’inizio dell’esilio babilonese. Vorrei riprendere la frase: “Fece ciò che è male agli occhi del Signore, suo Dio”.
È una formula stereotipata che contrassegna tutta la vicenda della monarchia – circa 4 secoli – da Salomone fino alla caduta di Gerusalemme con il re Sedecìa (compare infatti ben una trentina di volte)
Nel caso specifico di Sedecìa, il “male” si manifesta in tre modi concreti:
- L’orgoglio davanti alla parola profetica: “Non si umiliò davanti al profeta Geremia, che gli parlava a nome del Signore” (v. 12). Così il male supremo del re è l’autosufficienza. Sedecìa rifiuta di sottomettere i suoi calcoli politici alla guida divina.
- Lo spergiuro e il tradimento politico: “si ribellò al re Nabucodonosor, che lo aveva fatto giurare nel nome di Dio”. Sedecìa commette un peccato gravissimo per il mondo antico: viola un giuramento sacro fatto usando il nome del Signore.
- L’ostinazione nel compiere il male. Il testo biblico dice chiaramente: “perché indurì la sua cervice e si ostinò in cuor suo a non far ritorno al Signore. Sedecìa non è semplicemente debole; sceglie attivamente di chiudersi alla conversione.
Tre applicazioni per noi:
A. Coltivare la docilità alla verità. Spesso Dio ci parla attraverso persone o situazioni “scomode” — una critica costruttiva, la voce della nostra coscienza, la Parola di Dio nella Scrittura o i consigli di chi ci ama —. L’orgoglio ci spinge a difendere la nostra posizione anche quando sappiamo di avere torto.
B. Sedecìa usò la fede e il nome di Dio. Non strumentalizzare il Sacro: usare Dio solo quando ci fa comodo o giustificare le nostre scorrettezze è un’illusione dannosa. La fede richiede lealtà anche quando mantenere la parola ci costa fatica o sacrificio.
C. L’indurimento del cuore (in greco sklerokardia) è la progressiva incapacità di provare pentimento. Ecco allora la prontezza nella conversione: quando ci accorgiamo di aver imboccato una strada sbagliata (un vizio, una relazione tossica, un atteggiamento scorretto), il momento di cambiare è subito. Rimandare o giustificare i propri errori “irrigidisce il collo (come dice l’originale ebraico)” e ci rende sempre più insensibili al bene.
Papa Leone parlando ai giovani ad Assisi:
La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza.
Ora e sempre. Amen.
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