Secondo grado dell’orazione carmelitana: tirare l’acqua da un pozzo con una noria

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Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

Proseguiamo il nostro cammino facendoci condurre per mano da s. Teresa d’Avila. Nel libro della Vita, Teresa non è ancora arrivata alla piena maturità mistica, pertanto la descrizione dei vari gradi di orazione non combaciano nelle diverse opere; infatti, nelle dimore del Castello interiore ce ne saranno ben nove! I primi passi sono i più faticosi e l’orazione è di tipo discorsivo, in cui ho bisogno di avere degli argomenti, delle letture per poter trattare con Dio; ovviamente non si può ancora godere delle grandi grazie che Dio dona all’anima, però l’anima è sempre più attratta da Lui e dallo stare con Lui. La santa fa capire che, per quanto possiamo sforzarci, è solo con il sostegno e le grazie che ci dona il Signore possiamo farcela. Non si stanca mai di sottolineare quanto lei stessa fosse stata fragile, incostante e perfino infedele al proposito di amare Dio, fino al momento in cui decise con determinazione di non tralasciare mai l’orazione, nemmeno quando si sentiva meno fervorosa. Questa determinazione l’ha aiutata a vincersi su tanti difetti che si scopriva di sé stessa.

L’orazione che insegna Teresa non è qualcosa di statico, qualcosa che termina nel momento in cui “interrompiamo la comunicazione con Dio” e ci affaccendiamo in altro. Quello che è avvenuto nell’orazione lo portiamo nella nostra vita perché questo tipo di orazione è un cammino verso la perfezione a cui Dio vuole farci arrivare. Un cammino di cui Lui si fa compagno di viaggio.

Nel Libro della Vita in cui racconta la sua biografia e quindi la sua vocazione Teresa dice infatti: “sono caduta tante volte, fu soltanto per non essermi appoggiata alla forte colonna dell’orazione (…) Posso dire che la mia vita era delle più penose che si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né mi sentivo contenta del mondo.

Con l’immagine di una forte colonna la santa con estrema semplicità la differenza fra le devozioni e il rapporto personale con Dio: quelle non ci trasformano, mentre il contatto personale, cuore a cuore (da solo a solo) ci aiuta a superare le nostre difficoltà.

Teresa non si stanca mai di descrivere quanto sia misericordioso Dio, come ci si possa avvicinare a Lui, mettendo tutto nelle sue mani, anche la nostra incapacità di pregare. L’importante è acquisire la consapevolezza di essere in compagnia di un Padre o di un fratello o di uno sposo che ci ama, che ci accetta così come siamo, l’importante è non interrompere mai questo dialogo.

Anche la conoscenza di sé non va mai tralasciata perché non c’è grado di orazione anche elevato in cui molte volte non sia necessario tornare alla partenza.

Vita,14,10 Misericordias Domini in aeternum cantabo (sl. 89,2). Mentre ci addentriamo nella conoscenza di noi stessi inevitabilmente ci troviamo a conoscere anche un po’ Dio, ma come? Attraverso le sue misericordie, ossia l’amore misericordioso nelle diverse situazioni della nostra vita noi conosciamo il volto di Dio che è Amore, che ha viscere di misericordia, ma che non è una misericordia astratta ma bensì incarnata nella nostra umanità.

Un altro punto che per Teresa è essenziale è quello della direzione spirituale; in un cammino così profondo non si può pensare di farlo da soli. Però era molto esigente a riguardo. Il confessore deve essere “dotto”, cioè conoscere le scritture, la teologia, ma soprattutto deve essere lui stesso avvezzo alla vita spirituale, altrimenti rischia di ingannarsi ed ingannare. Quanto poco è in uso l’accompagnamento spirituale; non lo si propone più, sembra qualcosa solo per preti e suore o legato al discernimento, e invece è un grandissimo dono avere qualcuno che ci guida al Signore, che ci aiuta a discernere la volontà di Dio nel nostro Oggi, a dare un senso alle nostre azioni, anche quotidiane.

Ora proseguiamo in questo secondo grado, ma con un’accortezza: quella di non preoccuparci e di non desiderare le grazie soprannaturali, ma soprattutto di crescere nell’Amore a Dio, verso i fratelli e ancor di più nel lasciarci amare da Lui.

Nel secondo grado, l’anima, grazie alla ruota e ai canali, tira su un maggior quantitativo d’acqua e con meno fatica e così può riposarsi un poco. Stiamo già entrando nell’orazione di quiete, che è già qualcosa di soprannaturale ma che ha sempre bisogno della nostra costanza, del nostro raccoglimento e della volontà di stare. Teresa distingue tre facoltà che ci sono proprie:

L’intelletto: è la capacità di comprendere, meditare e di penetrare le cose di Dio, sempre in modo imperfetto e limitato, a meno che non sia Dio stesso a rivelarsi;

La memoria: è la capacità di far ricordare episodi della vita di Gesù e dei benefici della Sua Grazia in noi; alle volte si perde in ricordi mondani ed inutili;

La volontà: è, per Teresa, la capacità di amare e di conformare la nostra volontà a quella di Dio.

 In questo secondo grado, l’anima deve sempre lavorare con l’intelletto ma la Grazia permette che l’acqua arrivi più abbondante e allora, per qualche momento, può riposare. È l’acqua stessa che si avvicina all’anima. Le due facoltà, intelletto e memoria, si raccolgono in sé stesse e godono della gioia che è loro donata, ma possono anche continuare a distrarsi, mentre la volontà resta operante e dà il suo consenso per essere amata. L’orazione è davvero cosa del cuore, preghiera del cuore, che non lascia fuori l’affettività, la nostra capacità di amare.

Quest’acqua di consolazione fa crescere le virtù, che non sono più il frutto di un percorso ascetico duro e penitenziale, ma sono il frutto dell’Amore di Dio in noi. E’ Lui che ci rende somiglianti a sé. Ricordiamo sempre che man mano che si va avanti si deve diventare sempre più passivi nell’accogliere Dio, la sua Grazia in noi.

Cosa fare in questi momenti di quiete? Procedere con dolcezza e senza “rumore”. Per rumore Teresa intende il cercare con l’intelletto parole per riempire questo spazio, per ringraziare di questo dono e con la memoria cercare la grandezza del proprio peccato per sentirsi indegna; è bene, dunque, ritornare sulla volontà che è fissa in Dio, nel Suo Amore e fare semplici e piccoli atti d’amore, come quelle pagliuzze che alimentano il fuoco.

Ma nella quotidianità? Cosa accade a chi cammina per queste vie? Se Dio fa spuntare le virtù, queste si vedranno anche nella vita concreta. In particolare, l’umiltà che è una delle più gradite a Dio. Ma umiltà, non è umiliazione; umiltà è verità, anche su noi stessi. Inoltre, se L’Amore di Dio ha conquistato la nostra volontà, sicuramente si potrà vedere anche nel tratto, nei nostri rapporti, nel fare tutto ciò che dobbiamo per Lui.

È necessario però non abbandonare il trattenerci con Lui, per non tornare indietro e soprattutto non desiderare di stare con Lui per avere consolazioni o doni, ma purificare il nostro desiderio di stare da solo a solo con Lui, per amarlo, o meglio, per lasciarsi amare.

Terminiamo con qualche minuto di orazione carmelitana.

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Spiritualità

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