OMELIE QUARESIMA 2026

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Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

I DOMENICA DI QUARESIMA – vigiliare

22 febbraio 2026 –

Quest’anno, sul portale d’ingresso

della nostra quaresima ambrosiana

è posta la scritta che l’Apostolo Paolo

ci ha appena rivolta in questo frammento

della II lettera ai Corinzi:

Ecco ora il momento favorevole,

ecco ora il giorno della salvezza!

La quaresima è dunque un tempo santo

che la Chiesa, maestra e madre,

ci offre perché ciascuno di noi possa attingere

alla grazia, alla misericordia

e alla benevolenza del Signore.

Ma perché questo accada dobbiamo accogliere

l’accorato invito che sempre Paolo ci ha rivolto:

Vi supplichiamo in nome di Cristo:

lasciatevi riconciliare con Dio.

È un invito solenne e appassionato

perché Paolo per primo

sa quanto siamo fragili e peccatori,

ed ha sperimentato nella sua vita

l’amore e il perdono di Cristo.

Il Signore conosce la debolezza del nostro cuore;

lo vede ferito dal male che abbiamo commesso e subìto;

sa quanto bisogno abbiamo di perdono,

sa che ci occorre sentirci amati per compiere il bene.

Da soli non siamo in grado:

per questo l’Apostolo non ci dice di fare qualcosa,

ma di lasciarci riconciliare da Dio,

di permettergli di perdonarci, con fiducia,

perché «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20).

Egli vince il peccato e ci rialza dalle miserie, se gliele affidiamo.

Sta a noi riconoscerci bisognosi di misericordia:

è il primo passo del cammino cristiano;

si tratta di entrare attraverso la porta aperta che è Cristo,

dove ci aspetta Lui stesso, il Salvatore,

e ci offre una vita nuova e gioiosa.

Per aprire il cuore all’invito del Signore ci sono due chiavi:

la Preghiera e la Parola di Dio.

In primo luogo LA PREGHIERA,

espressione di apertura e di fiducia nel Signore:

è l’incontro personale con Lui,

che accorcia le distanze create dal peccato.

Pregare significa dire: “non sono autosufficiente,

ho bisogno di Te, Signore,

Tu sei la mia vita e la mia salvezza”.

La preghiera è modo per tornare a respirare,

è il luogo per aprire il cuore al soffio

dell’Unico capace di trasformare la nostra polvere in umanità.

Con la preghiera facciamo spazio nella nostra vita

a tutto il bene che possiamo operare,

spogliandoci di ciò che ci isola, ci chiude e ci paralizza.

Dinanzi a tante ferite che ci fanno male

e che ci potrebbero indurire il cuore,

noi siamo chiamati a tuffarci nel mare della preghiera,

che è il mare dell’amore sconfinato di Dio,

per gustare la sua tenerezza.

La Quaresima è dunque tempo di preghiera,

di una preghiera più intensa, più prolungata, più assidua,

più capace di farsi carico delle necessità dei fratelli.

LA PAROLA DI DIO

La parola di Dio è benefica “potatura” della falsità,

della mondanità, dell’indifferenza:

per non pensare che tutto va bene se io sto bene;

per capire che quello che conta non è l’approvazione,

la ricerca del successo o del consenso,

ma la pulizia del cuore e della vita;

per ritrovare la vera identità cristiana,

cioè l’amore che serve, non l’egoismo che si serve.

Ci sono nella parola di Dio

tanti spunti che parlano immediatamente,

trovano direttamente la via del cuore

e generano una coraggiosa volontà di servire l’uomo.

Accogliere questi spunti

significa lavorare per il vero bene dei fratelli.

Riprendo le belle parole del card. Martini:

Che cosa Dio possa dire all’uomo,

con quanta intensità, con quale forza comunicativa

non può essere anticipato, determinato, deciso dall’uomo.

L’unica anticipazione, l’unica decisione, che compete all’uomo,

è quella del silenzio pieno di attesa, di rispetto, di obbedienza.

Quali imprevedibili forme di comunicazione

Dio ha deciso di attuare per me nel suo amore infinito?

Lasciamo dunque a Dio la libertà

di dirci le sue Parole

perché siano via, verità e vita!

Ora e sempre. Amen.

I DOMENICA DI QUARESIMA –

22 febbraio 2026

Messaggio del Papa x la quaresima:

tre parole: ascoltare, digiunare, insieme.

Anche il Vangelo e la Lettura di questa domenica

si sviluppano a partire dalla prospettiva del digiuno.

VALORE.

Soprattutto in questo nostro tempo

dove si mangia/consuma di tutto,

dove la sovrabbondanza e lo spreco vanno di pari passo,

il cristiano sa rimettere ordine nei propri desideri

e nelle proprie priorità anche attraverso quella speciale

modalità educativa che è il digiuno.

E se in questo tempo imparassimo tutti

a ritrovare una certa sobrietà ed essenzialità

anche sulle nostre tavole?

LA GIUSTIZIA.

Forse un po’ di ‘dieta’ può farci bene per il corpo o per la linea,

ma agli occhi di Dio non serve a nulla!

Dice splendidamente Isaia:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:

sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,

rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?

Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,

nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,

nel vestire uno che vedi nudo,

senza trascurare i tuoi parenti?

Se ci priviamo di qualcosa

è per renderci più attenti ai bisogni dei fratelli,

più generosi e disponibili, più sensibili e solidali.

Diceva Papa Francesco:

Il digiuno comporta la scelta di una vita sobria,

nel suo stile; una vita che non spreca,

una vita che non “scarta”.

Digiunare ci aiuta ad allenare il cuore

all’essenzialità e alla condivisione.

È un segno di presa di coscienza e di responsabilità

di fronte alle ingiustizie, ai soprusi,

specialmente nei confronti dei poveri e dei piccoli,

ed è segno della fiducia

che riponiamo in Dio e nella sua provvidenza.

UNA PROPOSTA.

Nel suo messaggio per la quaresima

papa Leone ci fa una proposta precisa che riporto integralmente,

tanto è chiara e concreta:

Vorrei per questo invitarvi

a una forma di astensione molto concreta

e spesso poco apprezzata,

cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono

il nostro prossimo.

Cominciamo a disarmare il linguaggio,

rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato,

al parlar male di chi è assente

e non può difendersi, alle calunnie.

Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole

e a coltivare la gentilezza:

in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro,

nei social media, nei dibattiti politici,

nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane.

Allora tante parole di odio

lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

UNA PROMESSA.

Si tratta dunque di essere un po’ meno centrati su noi stessi

per dare più spazio e considerazione agli altri.

Un po’ più poveri ed essenziali

per essere più aperti, sensibili e solidali.

È la legge evangelica di sempre: più doni e più ricevi.

Come ancora stupendamente dice il profeta:

Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,

la tua ferita si rimarginerà presto.

Davanti a te camminerà la tua giustizia,

la gloria del Signore ti seguirà.

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,

implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».

Allora brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio.

Ti guiderà sempre il Signore,

ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa;

sarai come un giardino irrigato

e come una sorgente le cui acque non inaridiscono.

Ora e sempre. Amen.

II DOMENICA DI QUARESIMA –

1 marzo 2026

Domenica scorsa ci eravamo lasciati con la proposta

di papa Leone di disarmare il nostro linguaggio

dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo,

per imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza.

Si potrebbe allora dire che dobbiamo imparare

ad essere uomini e donne del DIALOGO.

CHI È GESÙ

In questa stupenda pagina del vangelo ritroviamo Gesù

proprio come l’uomo del dialogo

(con il suo “dammi da bere” annulla un millennio di separazione,

lotta e contrasto tra giudei e samaritani)

Un dialogo senza pregiudizi (etnici, culturali, religiosi…)

che sa far breccia nell’altro …

e lo mette nelle condizioni di ‘aprirsi’…

(sorprende infatti la donna con la sua iniziativa…

parte dalla sua vita (acqua, brocca, sete…)

…ma che sa anche andare oltre allargando l’orizzonte di senso

perché c’è un di più da afferrare,

da far emergere… oltre l’acqua stagnante…

Ecco che diventa allora un dialogo rispettoso

(questa donna – nonostante la sua distanza

religiosa e morale da Gesù – non è mai sminuita…),

… un dialogo coinvolgente

(la donna si apre sempre più …,si appassiona…).

È un dialogo mai scontato né banale…

… che punta alle questioni di fondo dell’esistenza:

com’è la tua vita? quali sono i tuoi affetti veri?

che ne è della tua fede?

CHI SIAMO NOI

L’uomo è DIALOGO, parola, comunicazione

Ciascuno di noi è quello che è anche proprio perché si dà

e si comprende nella comunicazione,

nell’incontro con l’altro da sé.

Le parole che diciamo, prima ancora che avere un effetto sugli altri,

ci segnano, ci plasmano.

Il linguaggio che utilizziamo

modella il nostro pensiero, le nostre emozioni e,

di conseguenza, la nostra identità e la nostra realtà.

Prima ancora di produrre un impatto sugli altri,

le parole che pronunciamo

agiscono come un “programma” sul nostro cervello,

definendo come percepiamo noi stessi e il mondo circostante.

Le parole che diciamo,

prima ancora che su questa o quell’altra cosa,

parlano di noi, ci identificano…

Dimmi come parli… e ti dirò chi sei!

L’EUCARISTIA

È segnata da una profonda struttura dialogica:

Dio parla e l’uomo ascolta e risponde

Il sacerdote parla e l’assemblea risponde

L’assemblea parla, canta, dialoga, sta in silenzio…

L’eucaristia che celebriamo parla di noi

e rivela il volto della nostra comunità!

Entro nel vivo della celebrazione con le mie parole, il canto,

il silenzio orante, l’ascolto attento…

DOMANDE

Com’è il nostro parlare?

Al pozzo delle nostre occupazioni quotidiane:

nell’ambiente di lavoro, mentre facciamo la spesa…

Nell’ambito delle nostre relazioni familiari:

con la moglie/marito, con i figli, con i genitori…

Com’è il nostro parlare con Dio?

Nel segreto della nostra camera e nell’assemblea dei fratelli?

Oggi vi lascio con questo frammento di poesia

ispirato alla donna samaritana.

E io che lo avevo cercato nel tempio,

io che lo avevo cercato sul monte

io che lo avevo cercato nell’amore

e Lui era lì.

Il Dio delle donne,

delle donne vuote,

delle donne assetate,

il Dio delle donne innamorate,

il Dio del desiderio,

delle zolle riarse.

Il Dio che si trova nel cuore,

nel pozzo,

proprio dentro il mio vuoto.

Per riempirlo di sé,

acqua viva per la vita vera.

Ora e sempre. Amen.

(Marina Marcolini)

III DI QUARESIMA – (ripresa dal 2010)

8 marzo 2026

Oggi siamo con Gesù a Gerusalemme,

e stiamo partecipando alla grande festa di Sukkot,

la festa delle Capanne,

in ricordo della permanenza degli ebrei nel deserto

dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto.

E assistiamo anche noi

a questo duro scontro tra Gesù e i Giudei.

Non a delle persone qualsiasi, ma – dice il Vangelo –

«a quei Giudei che gli avevano creduto».

Domenica scorsa, al pozzo,

l’incontro con la samaritana apriva strade nel cuore;

oggi invece si va nel senso opposto: si chiudono le strade,

perché si va dalla fede all’indurimento,

dall’adesione al rifiuto totale,

e così è scontro, tentativo di lapidazione.

Rimango anche questa domenica

nell’ambito del linguaggio e della “parola”,

dando questo titolo al vangelo di oggi:

LA SUPERBA PRETESA

DI ESSERE GIÀ NELLA VERITÀ!

I giudei sono la figura e la rappresentazione

di chiunque si ponga nell’ostinata chiusura nel proprio mondo,

nella difesa delle proprie presunte certezze.

Noi siamo discendenti di Abramo…

Noi siamo già liberi…

Noi abbiamo un solo padre: Dio

Non abbiamo forse ragione…

Ora sappiamo che sei indemoniato.

Chi credi di essere?

Spesso anche i cristiani non sono immuni da questa tentazione.

Pensano di essere già nella verità.

Di avere già tra mano tutte le certezze.

Ritengono di conoscere già ogni aspetto del reale.

Sanno già tutto.

Così non si lasciano più educare dalla parola di Gesù!

Questo cosa significa?

Significa che, alla fine, noi non crediamo veramente

di avere bisogno di Gesù, di Dio, per la nostra salvezza.

Anzi, a ben vedere,

non abbiamo bisogno neanche di salvezza!

Noi siamo già a posto. Abbiamo già tutto!

Badiamo noi a noi stessi!

Perché ritenere di essere già nella verità,

di possederla ormai totalmente e pacificamente,

significa essere già arrivati,

essere ormai nella pienezza della vita,

avere il senso pieno di tutto,

il criterio decisivo per ogni scelta,

la conoscenza piena di ogni cosa e di chiunque,

oggi e sempre qui e in ogni altra circostanza.

Al posto di una

superba pretesa di essere già nella verità,

vorrei lasciarvi un semplice invito

di Papa Benedetto XVI.

Significativo è il contesto da cui traggo

queste sue parole.

Ricorderete forse l’occasione quando fu invitato

alla università La Sapienza di Roma, nel gennaio 2008.

Poi ci fu una contestazione contro questa sua presenza

e il Papa naturalmente annullò l’invito.

Se fosse stato presente

avrebbe tenuto un densissimo discorso

– una vera e propria lezione –

cercando di rispondere a due domande:

qual è la missione del Papa

e qual è la missione dell’Università.

Traggo appunto da questo ampio e denso discorso

queste brevi righe che lascio per la vostra riflessione.

Si potrebbe dire addirittura

che questo è il senso permanente e vero per tutti:

essere custodi della sensibilità per la verità,

non permettere che l’uomo

sia distolto dalla ricerca della verità.

Una ricerca per la quale

bisogna sempre di nuovo affaticarsi

perché la risposta non è mai posta

e risolta definitivamente. 

Sia dato anche a noi

di rimanere sempre in cammino

e custodi della sensibilità per la verità.

Ora e sempre. AMEN.

IV DOMENICA DI QUARESIMA –

15 marzo 2026

La prima parte del vangelo secondo Giovanni

viene chiamata “Libro dei segni”,

perché l’evangelista presenta 7 segni

– da Cana di Galilea alla risurrezione di Lazzaro –

che rivelano che Gesù è proprio il Salvatore.

[Cana / figlio del funzionario del re /

paralitico betzatà 38 anni / 5 pani e due pesci /

cammina sulle acque / cieco nato / Lazzaro]

Come VI segno di questo settenario

sta proprio il brano del Cieco nato

che abbiamo ascoltato oggi.

Questa pagina fin dall’antichità era stata scelta

per il percorso dei catecumeni

in vista del battesimo nella notte di Pasqua,

e dunque veniva letta per aprire gli occhi dei catecumeni,

come quelli del cieco.

Aprirli a capire chi fosse Gesù.

I battezzati venivano così chiamati “Illuminati”

Come per le altre grandi pagine ‘quaresimali’

il senso fondamentale è chiaro e ormai acquisito.

Percorro quindi un altro rapido sentiero.

“Passando vide”.

Anche se il cieco è ai margini, ignorato,

anche se al cieco non gli esce più neppure un grido dalla gola,

anche se a noi, pensate, non uscisse più neppure una preghiera…

Gesù vede, lui si accorge.

Gesù sembra l’unico a vedere:

vede un mendicante cieco, uno che non conta niente,

un emarginato, un povero,

più ancora un poveretto, un disgraziato.

L’iniziativa è di Gesù.

Non è l’uomo che vede Dio, è Dio che vede l’uomo.

E Gesù “ti vede” nel senso che ti vede

come vede Dio tutte le sue creature.

Del resto, nell’unico uomo cieco dalla nascita

e che viene visto da Gesù,

è sintetizzata e rappresentata l’umanità tutta.

L’episodio dimostrerà come tutti, in definitiva, siano ciechi,

e chiamati progressivamente a vedere la luce vera che è Cristo.

Ecco il vangelo, la bella e buona notizia:

Dio ti vede! Ti guarda, ti considera, si accorge di te!

Per lui sei importante, unico: fra tanti, vede te!

E sa già ciò di cui hai bisogno.

Tu devi solo credere, devi fidarti, devi affidarti,

devi lasciarti riplasmare i tuoi occhi,

devi lasciarti toccare il cuore!

Nota bene: Devi credere e obbedire:

– «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe»

– Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Oggi condivido con voi

alcune suggestive parole di don Tonino Bello,

vescovo di Molfetta, morto il 20-4-1993;

dal 25 novembre 2021

papa Francesco lo ha dichiarato venerabile.

Queste parole sono tratte da un libriccino,

tanto breve quanto meraviglioso:

“Quella notte a Efeso: Lettera a Maria”, del 1988.

Don Tonino immagina di incontrare Maria

nella casa di Giovanni, ad Efeso,

dove la madre di Gesù si è trasferita

dopo la risurrezione di suo Figlio,

instaurando con lei un bellissimo ed emozionante dialogo.

Ecco le parole di don Tonino:

Oggi abbiamo bisogno di leggere i segni della speranza

nelle vicende luttuose della Storia.

Facci riscoprire il senso della vita: molti l’hanno ormai perduto!

Non abbiamo sentito mai così vivo

il bisogno di vedere oltre.

Oltre la vita, la morte, i sogni, il dolore, la gioia, la gloria.

Oltre l’avvicendarsi delle stagioni,

il germogliare dei fiori, il cadere delle foglie…

Dove vanno le lacrime delle madri?

Qual è l’ultimo approdo dei naufraghi?

Verso quali estuari sfocia il fiume degli oppressi?

C’è qualcuno che scrive sul palmo della sua mano

il nome dei poveri, che non viene inciso

su alcuna lastra di pietra?

Che cosa è la felicità?

Di quali comunioni più grandi

sono frammento le tenerezze degli amanti?

Perché la solitudine è amara?

A quali lampeggiamenti

allude il sorriso di un bambino?

Perché Daniela sta morendo a vent’anni?

Che fanno in cielo le stelle?

«Io sono la luce del MONDO;

chi segue me, non camminerà nelle tenebre,

ma avrà la luce della vita».

Credi tu questo?

Che ciascuno di noi possa rispondere:

«IO CREDO, SIGNORE!».

Ora e sempre. Amen.

V DOMENICA DI QUARESIMA –

22 marzo 2026

Il nostro cammino.

1. Fare delle nostre parole

un messaggio pacifico e pacificante…

2. imparando da Gesù, l’uomo del dialogo

e della comunicazione vera…

3. custodi della sensibilità

per la ricerca della verità…

4. lasciandoci guardare da Dio

che ci chiama a credere e a obbedire.

Oggi siamo al culmine della rivelazione di Gesù.

[libro dei segni].

L’uomo del dialogo che ci dona l’acqua viva,

l’uomo dalla parola di verità per la libertà,

colui che è la luce/senso della realtà,

si propone oggi a noi come il Signore della vita.

Invece l’uomo,

come diceva un filosofo del secolo scorso

(Heidegger, Essere e tempo),

è un “essere-per-la-morte”.

Perché

a) destinato irrimediabilmente alla morte, e

b) perché continuamente all’opera per

         produrre progetti di morte.

La morte fisica, quella del sepolcro,

è solo l’ultima barriera, l’esito estremo

di una mortalità che ci portiamo dentro,

come il segno più evidente

della nostra creaturalità e del nostro peccato.

Nell’ingratitudine, nell’infedeltà, nella violenza,

nei pregiudizi, nei rancori

e in mille altri atteggiamenti e parole

dell’esistenza quotidiana noi gridiamo MORTE.

E se 2000 anni fa fu messo a morte il Figlio di Dio,

il nostro secolo vive ancora (e oggi forse più che mai)

sotto il segno di una conclamata MORTE DI DIO.

** (F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125)

Quante lacrime siamo condannati a versare

e quante ne facciamo versare ai nostri fratelli.

In questo lampo che sono gli anni della nostra vita,

invece di attaccarci al bene che dà la vita,

ci ‘mortifichiamo’ con tante parole e gesti

che producono solo dolore e che lasciano in noi stessi

il vuoto amaro di ciò che è effimero.

Signore, se tu fossi stato qui!

Anche il credente, come Marta e Maria,

sembra imputare a Dio

l’esperienza drammatica della morte.

Ma il Signore è e sarà sempre il Dio della vita.

Credi tu questo?

Perché come ci dice san Paolo (1Cor 15, 19)

Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo

soltanto per questa vita,

siamo da commiserare più di tutti gli uomini.

Crediamo dunque veramente che il volto di Dio

rifletta solo un eterno, inesauribile e appagante

progetto di vita?

E credendolo, ci sentiamo richiamati

ad essere noi stessi operatori di vita,

di bene, di luce, di gioia?

Crediamo veramente nel passaggio dalla morte alla vita?

Crediamo veramente nella Pasqua?

Vorrei allora pregare

con le belle parole di speranza

del card. Martini:

La moltiplicazione del male non ha futuro,

la mediocrità interessata non ha speranza

di poter prolungare la sua sopravvivenza

a spese dei puri di cuore, degli operatori di pace,

degli appassionati per la giustizia;

e con essa, ogni egoismo religioso

chiuso nel proprio privilegio,

ogni parassitismo economico chiuso nel proprio benessere,

ogni calcolo politico chiuso nel proprio dominio.

Tutto ciò deve essere consumato nel fuoco del giudizio di Dio

nell’incandescente purezza dell’amore crocifisso di Gesù.

Io so, Signore, che il popolo delle beatitudini

e la schiera dei testimoni fedeli

saranno infine risarciti dal tempo delle lacrime,

e tu sarai tutto in tutti nella pienezza del Regno.

Ora e per sempre. Amen.

** Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125

In Essere e Tempo (1927), Heidegger definisce l’uomo (Esserci) come un “essere per la morte“ (Sein zum Tode), intendendo che la morte non è solo la fine biologica, ma la possibilità più propria, incondizionata, certa e insuperabile che struttura l’esistenza autentica fin dalla nascita. 

La morte sovrasta l’esserci. La morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. È un essere-per-la-morte.

(Martin Heidegger, Essere e Tempo – 1927)

DOMENICA DELLE PALME – giorno

29 marzo 2026

E qui fecero per lui una cena…

Prima di accompagnare Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme,

siamo invitati a sostare a Betania.

Qui si organizza una cena,

come avverrà tra pochi giorni nella Città Santa.

La cena ed il banchetto evocano l’incontro tra le persone,

il loro rapportarsi.

È un momento d’intimità, di apertura, di confronto…

Spesso nella cena sveliamo qualcosa di noi stessi,

scopriamo la nostra identità…

Nel contesto della cena siamo invitati a chiederci:

Noi chi siamo nei confronti di Gesù?

Il più delle volte siamo come LA FOLLA:

la folla (come ogni folla, sempre e ovunque)

agisce sull’onda dell’emozione del momento,

grida gli slogan di tutti,

si muove sulla corda della curiosità.

Nella folla ci si sente forti, ma gli avvenimenti e le cose

sono come spersonalizzati.

Rimanendo nella folla

è difficile fare un vero incontro con l’altro.

Tutto è scolorito, superficiale, occasionale, blando…

Talvolta assomigliamo invece a GIUDA:

mercanteggiamo anche noi quattro soldi

in cambio di qualche servizio religioso;

barattiamo qualche minuto di frettolosa preghiera

per chiedere una grazia,

smerciamo una manciata di secondi per carpire una benedizione,

rubiamo solo qualche attimo per arraffare un perdono

che se ci tranquillizza la coscienza, non ci cambia certo la vita…

Solo raramente ci avviciniamo allo stile di MARIA.

Essa sa vedere al di là delle apparenze

e compie un gesto che rompe con il quieto stereotipo

di una religiosità sdolcinata e innocua.

Essa si propone con un gesto

di rara bellezza e tenerezza per il corpo di Gesù.

Così questa donna ci dà testimonianza di una vita

dominata dalla centralità di Gesù,

segnata dalla dedizione esclusiva per lui,

non per le sue idee, ma per la sua persona.

Per Gesù si può lasciare tutto, tutto diventa secondario;

per lui si possono ben buttare al vento

trecento denari (una somma considerevole,

lo stipendio di un anno!!!)

Il suo gesto ha la bellezza dei gesti gratuiti,

non dettati da calcolo di interesse,

da tornaconto, da vantaggi…

È il gesto dell’amore: libero, sincero, gratuito…

Un gesto che si ripaga da sé,

perché quando l’amore dona

ha già trovato lì la sua ricompensa e la sua vera felicità.

Preghiera del card. Martini

Signore Gesù, amico e fratello,

accompagna i giorni dell’uomo e i nostri giorni

perché possiamo intravedere

qualche segno del tuo regno

che invochiamo oggi e sempre in umile preghiera.

Quando sei lontano dalla mia casa e dal mio cuore

sperimento che l’attesa logora,

che la tristezza abbatte,

e la solitudine fa paura.

Tu sai che abbiamo bisogno di te

per tenere accesa la nostra piccola luce

e propagare il fuoco

che tu sei venuto a portare sulla terra.

Riempi di grazie

il tempo che ci doni di vivere per te!

La nostra vita sia come casa accogliente

preparata per l’ospite atteso,

le nostre opere

siano come i doni da condividere

perché la festa sia lieta,

le nostre lacrime siano come l’invito a fare presto.

Il bene che ci doni di compiere

sia come profumo di nardo

che tutti avvolge

in un abbraccio di fraternità di pace.

Dopo le ombre cupe della notte

aspettiamo sereni l’ora di luce

della tua risurrezione.

Vieni, Signore Gesù!

Ora e sempre. Amen.

DOMENICA DELLE PALME – processione

29 marzo 2026

Un po’ provocatoriamente

si potrebbe intitolare questa celebrazione

il “Trionfo dell’asino!”.

Perché di

colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!

il Vangelo di Giovanni

sottolinea ben due volte il tema dell’asino:

trovato un asinello…

seduto su un puledro d’asina.

È l’annuncio del trionfo della mitezza:

un nuovo re, un nuovo regno,

un nuovo ordine di rapporti internazionali

fondato sulla pace per tutto il pianeta:

sarà da mare a mare

e dal Fiume fino ai confini della terra».

cioè dal mar Morto al Mediterraneo,

dall’Eufrate fino alle Colonne d’Ercole.

(da est a ovest, da nord a sud)

Ma perché questo avvenga

bisogna non solo abbandonare

o mettere provvisoriamente da parte,

ma si deve annullare completamente

ogni strumento di violenza e di morte;

bisogna addirittura FAR SPARIRE,

il carro da guerra da Èfraim

e il cavallo da Gerusalemme,

l’arco di guerra sarà spezzato…

Lo ha ribadito con molta chiarezza e fermezza

papa Leone nel discorso al Corpo diplomatico

accreditato presso la Santa Sede:

«Certo, occorre anche la volontà

di smettere di produrre

strumenti di distruzione e di morte,

poiché, come ricordava Papa Francesco 

nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi,

«nessuna pace è possibile senza un vero disarmo

e l’esigenza che ogni popolo ha

di provvedere alla propria difesa

non può trasformarsi

in una corsa generale al riarmo».

Oggi condivido con voi le parole

del nostro Arcivescovo Mario Delpini,

(Omelia IV di avvento 2020)

L’asino di Efraim conosceva solo la strada di casa,

era solo un asino!

Ma con questo offriva salvezza

a chi si era smarrito e li portava fino a casa.

Per questo Gesù scelse l’asino di Efraim

per il suo ingresso messianico nella città di Davide.

E per questo l’asinello

si è meritato d’essere citato più volte nei Vangeli.

Ora noi non siamo asini, siamo forse gente importante,

che parla diverse lingue, che conosce molte strade,

che frequenta personaggi famosi

e che sa compiere imprese memorabili.

Però io sarei lieto di continuare

la missione dell’asino di Efraim,

a servizio della mansuetudine,

a consolazione dei tribolati,

per la gioia dei bambini,

per portare a casa chi è cieco

e si è perduto.

Possa essere così anche per noi.

Ora e sempre. Amen.

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Spiritualità

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