La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce


O.I. – 2026
PROLOGO
«Siedo in cathedra — o in cadregha, come dicono qui — nel cuore di questo florido monastero di Cairate, nell’edificio che si affaccia sul fossato dell’antico castrum. Sono alla guida di questo cenobio, da me fondato nell’anno del Signore 737 e posto sotto la protezione del nostro pio re Liutprando.
Da molti anni ormai amministro queste terre e oggi, festa di San Martino, ricevo in udienza una delegazione di contadini e mugnai del borgo per regolare i diritti sulle acque dell’Orona e stabilire le giuste gabelle per l’uso dei mulini del monastero.
Ciò che sto per narrarvi potrebbe apparire così straordinario da sembrare una leggenda, più che la realtà.
Sta a voi decidere se credere o meno alle mie parole; quanto a me, non farò altro che esporre la pura e semplice verità dei fatti.»

I MANIGUNDA
Un grasso corvo nero mi sta avvinghiato sul fianco e lo spolpa con il suo becco lungo e ricurvo. Il dolore è lancinante. Mi porto una mano là dove il dolore è più forte e… mi risveglio dall’incubo. Non c’è nessun corvo, ma solo una morsa che mi spezza il respiro. Resto così, piegata su me stessa, mentre la stanza gira e ogni cosa mi sembra lontana.
Già il chiarore dell’alba filtra dalle piccole finestre.
Sento il sangue pulsare nelle tempie. Il terrore mi travolge come un’onda che si abbatte improvvisa e mi sommerge.

Con voce fievole e spezzata cerco di chiamare la mia giovane serva, la mancipia, ma non ci riesco.
Sono nella stanza delle donne, al piano superiore del palatium di Liutprando, a Ticinum — la città che ora chiamano Papia — in questo freddo febbraio del 735.
Sotto di me il telaio di quercia scricchiola e le cinghie di cuoio intrecciate tirano appena, tese nel loro compito di sostenere il peso leggero del mio corpo.
Sento il materasso di lana, rigido sotto la schiena. Ai piedi del letto è stesa una morbida pelle di pecora, per le notti fredde e umide come questa.
Sprofondo la testa nel cuscino, riempito di piume, cercando un sollievo impossibile.
Da mesi percepivo che qualcosa non andava. All’inizio era stato solo un fastidio, una puntura nel fianco destro. Adesso non posso più fingere che vada tutto bene. Ho bisogno di aiuto.
II MANIGUNDA
Frater Cuniberto, monaco e medico di corte, mi visita.
So che Liutprando nutre una profonda stima nei suoi confronti, ma fino ad ora lo avevo soltanto intravisto e sentito qualche sua parola di sfuggita. Ora lo vedo da vicino: è un uomo alto e asciutto, di una certa età, con una barba corta e ingrigita, ispida come le setole del cinghiale. La sua corona di capelli corti, ormai striati di grigio, segue il cerchio della tonsura.
Ha chiesto un vaso di vetro sottile e lo ha sollevato verso la luce della finestra per osservare il mio liquido giallastro: «Sabbie. Piccoli granelli che non dovrebbero esserci. Segno che i tuoi umori non sono in equilibrio e questo provoca un calore eccessivo ai reni».
Io trattengo il fiato. Sento il sangue pulsare nelle tempie.

«Mal della pietra», sentenzia. «Se resti qui, in quest’aria umida, e bevi acqua malsana, peggiorerai. Hai bisogno di aria pura e di bere molta acqua di sorgente, perché il tuo corpo possa sciogliere ciò che ora si indurisce dentro di te. Ristagnatio aperitur, cursus repetitur: l’acqua ferma ammala, l’acqua che scorre risana». Poi aggiunge, con estrema calma: «Niente amuleti. Niente parole vuote. La cura è nella natura e in Dio, non negli spiriti».
Annuisco. È quello che diceva anche mio padre e che Liutprando ha codificando nelle sue leggi; eppure una parte di me, quella longobarda, cerca ancora istintivamente di appoggiarsi alle magie, agli alberi sacri e alle antiche formule.
Sono cresciuta tra due mondi: la disciplina romana e la fierezza longobarda, la legge scritta e le tradizioni orali. Mi fermo un istante, perché il ricordo mi stringe la gola più del dolore.
Mio padre non apparteneva alla stirpe longobarda: era un uomo di Ticinum. Un figlio della città, più che di un popolo. Non uno qualunque: un uomo di lettere, con il latino sulle labbra e le dita macchiate di inchiostro, uno che aveva fatto della parola la sua arma e il suo scudo.
Quando Liutprando volle riformare e raccogliere le leggi, mio padre fu tra gli scribi scelti per copiarne i capitoli, uno dopo l’altro, con la sua grafia ferma e leggera. Io gli sedevo accanto, bambina, mentre mi insegnava a leggere ad alta voce e a tracciare i caratteri; gli stessi caratteri che oggi riaffiorano nei miei ricordi, da quando, appena un anno fa, un cavallo imbizzarrito lo ha colpito in pieno petto, strappandolo per sempre da questo mondo
.
Mia madre invece… Lei apparteneva alla fiera stirpe longobarda di Ansprando, la medesima linea di sangue del re Liutprando. Alta, fiera, con i capelli biondi, gli occhi blu e quel leggero spazio tra gli incisivi che ho ereditato da lei. Io non l’ho mai conosciuta: è morta dandomi alla luce. Ma le donne che mi hanno allevata mi parlavano di lei e del piccolo pettine d’osso inciso con i motivi della sua fara, che teneva sempre con sé.
Fu lei, dicono, a sussurrare a mio padre il mio nome prima di morire: Manigunda, “colei che è forte nella battaglia”. Forse, in quel momento, pensava a sé stessa, alla sua battaglia, e insieme guardava alla mia vita che stava appena cominciando. Liutprando aveva approvato la loro unione poiché aveva intuito che, nei fatti, era ormai in corso una fusione completa tra i Longobardi e i “Romani”, e il sovrano desiderava superare ogni distanza tra i due popoli.
«Sancta Maria, adiuva me! Tu che hai conosciuto la spada del dolore nel profondo dell’anima, non abbandonarmi proprio ora… Ho solo diciassette anni!» grido, sollevandomi a fatica sul giaciglio. «Se mi concedi la grazia e mi sciogli da questo cappio che mi stringe le viscere, io consacrerò la vita che mi resta a confortare i malati e ad alleviare il loro dolore».
(Continua)
NB Il palazzo di Liutprando, un complesso oggi scomparso, costituiva il cuore politico del Regno Longobardo. Secondo l’ipotesi del Prof. Arecchi, sorgeva nell’area oggi occupata dall’ex Collegio femminile Gandini coprendo anche i numeri civici 13 e 15 di Corso Mazzini.
Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi lì:
((fonte: https://www.facebook.com/PaviaFanpage/posts/dove-era-il-palazzo-reale-a-pavianella-foto-ricostruzione-del-prof-alberto-arecc/3754330524600732/ ))

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