La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
PARTE FINALE

CAP XXI — XXII – EPILOGO

O.I. 2026
XXI MANIGUNDA
È il giorno in cui si celebra la festa di San Giorgio di questo anno 737, nel ventiseiesimo anno di regno di Liutprando.
Ho trascorso buona parte dei mesi passati a Ticinum, chiusa nella cancelleria con Autprando. Abbiamo discusso e pianificato ogni cosa: i calcoli per convertire le rendite delle mie terre, i costi per i materiali del cantiere, le stime sui raccolti e i diritti sulle famiglie di coloni che il re mi concede. Ogni singola spesa ha richiesto verifiche, ipotesi e conferme. Alla fine, seppure a malincuore, ma con un accenno di sorriso, il notarius ha dovuto ammettere che la mia attenzione e la prontezza nell’apprendere avevano superato tutti i suoi dubbi. Sono io che non li ho ancora superati.
Dentro di me pesano l’inesperienza e l’incertezza. Se le preoccupazioni diurne mi impediscono di fermarmi a pensare, in certe notti il dubbio mi assale e la mente corre veloce verso l’abisso. Allora ricorro agli insegnamenti di mio padre: costringo la mente a percorrere i corridoi della mia casa d’infanzia, disponendo in ogni stanza e pertugio i versi dell’Eneide o ricordando a memoria i frammenti dei codici di Radegonda.
Mentre sistemo in ordine geometrico quelle parole, finalmente i pensieri si calmano.

Quando il cuore batte troppo forte, mi alzo dal giaciglio, accendo la candela e prendo lo stilo che Autprando mi ha regalato. E incido un intreccio di rami, disegni geometrici simili a quelli della piccola croce d’oro che porto al collo. L’importante è far uscire il pensiero fisso da me e scioglierlo nella cera, dove non può più inseguirmi. Poi ne ripasso i solchi freddi con i polpastrelli, ad uno ad uno, con lo stesso gesto ripetitivo di chi fa scorrere i nodi di una corda di preghiera tra le dita. E mentre lo faccio, la mente si calma.
È così che mi salvo nelle notti in cui la mente vuole correre dove non deve.
Solo allora riesco a tornare a coricarmi e a credere, almeno per qualche ora, di poter essere all’altezza di ciò che mi è stato affidato.
XXII MANIGUNDA
A diciannove anni appena compiuti, sono salita nuovamente nel Seprio per intavolare i primi rapporti personali con il gastaldo Eremperto, che sarà mio vicino nel bene e nel male. Sono preoccupata perché lo ricordo come un uomo ligio al dovere, ma estremamente puntiglioso; con fare condiscendente e un sorriso irritante, mi tratta come una ragazzina inesperta e non degna di fiducia.
I capelli spartiti sulla fronte gli incorniciano le guance. Mentre si accarezza la lunga barba brizzolata a due punte, sposta indietro il mantello, scoprendo la tunica rossa bordata d’oro, la pesante cintura di cuoio con guarnizioni di metallo e l’elsa dello scramasax, quasi a volermi ricordare che l’unica legge in questa valle è la sua. Dietro di lui, un po’ scostata e seminascosta dall’oscurità, intravedo la sagoma di Padre Anselmo. In un modo o nell’altro, lo ritrovo sempre sui miei passi.
Non importa. Il mio scopo resta quello di ispezionare questi territori, censire i beni assegnati al monastero e capire le contese sull’acqua e sui mulini. So bene che l’ufficiale regio, amministrando le terre della corona, deve riscuotere i tributi su ogni chicco di grano macinato lungo l’Orona.
Concedere al cenobio il diritto di scavare una roggia per una nuova macina significa sottrarre ricchezza e autorità ai funzionari del castrum del Seprio.
Per questo devo muovermi con estrema accortezza, senza offrire alcun pretesto per uno scontro.

Di buono c’è che posso contare sulla vicinanza e sull’aiuto pratico e spirituale di Madre Adelberga, a cui ho fatto visita e che è sempre pronta a sostenermi nel far fronte alle prime necessità. Mi ha anche comunicato, con mio immenso sollievo, che dal monastero di Santa Maria Teodote di Ticinum arriverà presto una consorella per riprendere il lavoro nell’erboristeria. Anche padre Teodoro, che ormai gli anni costringono all’immobilità, mi ha fatto recapitare la sua parola: per qualsiasi consiglio, lui ci sarà sempre per me.
Un altro pensiero mi conforta: il nostro cenobio sorgerà a poco più di un miglio a settentrione dalla fonte che mi ha restituito la salute. Qualche giorno fa, mentre venivo al castrum, ho lasciato il corso dell’Orona e ho risalito il pendio della valle.
A mezzacosta, nell’ombra umida della valle, si apre un piccolo spiazzo soffocato dall’edera e dal caprifoglio selvatico. Scesi pochi gradini in terra battuta, con qualche pietra a trattenerla, ho raccolto a coppa quell’acqua fresca e ferrosa che filtra dal muschio rigonfio, zampillando direttamente dalle spaccature della roccia. In inverno come in estate, quelle acque non smettono mai di scorrere.
Mentre mi riposo, vedo arrivare alcuni bambini scalzi con una ragazza più grande, coperti solo da corte tuniche di canapa grezza, sfilacciate e strette in vita da lacci di corda. I più grandi hanno con sé il proprio otre di pelle di capra, la ragazza una brocca di argilla da riempire e riportare al vico di Bergaro, che sorge più in alto. Avanzano saltellando e facendo un gran chiasso, ma alla vista della mia scorta armata si bloccano di colpo. Sgranano gli occhi per lo stupore e la paura di fronte ai piastroni di ferro, ai cavalli e alle lance.
Combattuti tra la curiosità e la paura, rimangono lì, incerti se avanzare o correre via. Qualcuno indietreggia, stringendo al petto la propria otre.
Li chiamo con dolcezza e, ora, si avvicinano cauti come animali selvatici: due passi in avanti e uno indietro. Forse è il mio sorriso, ma a poco a poco la paura svanisce dai loro volti. Dico al capo della scorta di distribuire loro qualche pezzo di pane bianco.

Mentre osservano incuriositi la mia croce d’oro, i polsini dorati della mia tunica e le mie trecce bionde, fanno a gara a raccontarmi, sovrapponendo le loro voci argentine, che tutti, in queste valli, vengono alla fonte, soprattutto d’estate quando il caldo raschia la gola o quando qualcuno si ammala.
Ripenso alla malattia che mi ha fatto vacillare e ha mostrato le mie debolezze, i timori e le fragilità. Il mio orizzonte è cambiato, così come le mie ambizioni, ma ora scorgo cose che prima non vedevo e altre che ho rivalutato. Questa sorgente che ho davanti agli occhi, e che non smette mai di dare acqua, mi insegna che non devo fermarmi. Sarà la linfa con cui sostenere la mia missione.
Ogni anno, mi spiega a mezza voce la ragazza, alla festa della Candelora le genti della valle si radunano prima dell’alba, aspettando che il sole sorga a benedire quell’acqua. Poi, in processione, superano i gradoni di terra battuta che risalgono la ripida costa e la portano fino alla cappella di San Materno, nel punto più alto della valle. Da lì proseguono lungo la via sacra, un sentiero costeggiato da piccoli capitelli e croci di pietra. Guadano il torrente Tanur che segna il confine con il vicus Cassianum e arrivano fino al vicus Galerate; qualcuno si spinge persino fino al grande Ticinus, miglia più a occidente: da acqua in acqua.
«…e quindi, conclude il gastaldo, riscuotendomi di colpo dai miei pensieri, amministra con saggezza il monastero e non ci saranno problemi».
Faccio un cenno di assenso e mi inchino a salutare, mentre lui si congeda seguito dai suoi soldati. Padre Anselmo chiude il piccolo corteo. Appare come il maestro di umiltà in persona: la testa bassa e lo sguardo severo. Rimango immobile in segno di rispetto ma, mentre mi passa accanto, quasi sfiorandomi, percepisco un odore di incenso misto a sudore.
Quell’odore!
Il ricordo di quella notte si riaccende e sento il mio volto avvampare.
I denti si stringono come una morsa, le unghie affondano nel palmo della mano fino a farmi male, ma resto immobile. Dovrei essere preoccupata, ma non è così.
Un impeto di rabbia e coraggio mi invade, come se dovessi affrontare un leone, pronta a tutto.
È come se si fosse squarciato il velo di timore e di ansia costante che mi ha perseguitata da quel giorno. Almeno adesso so con certezza su chi posso contare e chi dovrò temere.
EPILOGO
«+ Ego Manigunda, In Christi nomine.
Durante il regno del nostro signore Liutprando ed Ildeprando, nostri eccellentissimi re, nell’anno ventiseiesimo e terzo del loro regno, nel mese di luglio, nella quinta indizione; con buona fortuna! Io, Manigunda, per misericordia di Dio, serva di Dio e vestita con l’abito monacale, che vivo secondo la legge dei Longobardi, dichiaro davanti ai presenti: il Signore onnipotente e nostro redentore invita sempre le anime che ha creato alla ricerca della salvezza.
Per questo motivo, io, Manigunda, voglio e stabilisco, per amore del mio Signore Gesù Cristo e di sua madre, la Vergine Maria, di fondare un monastero con le mie proprietà in loco Cariade iusta fluuio Orona, comitatum Sepriense. E qui, in questo monastero, voglio agire per amore di Cristo e della Vergine Maria, per la mia anima e per il sollievo delle anime dei miei genitori e degli altri miei parenti.
A questo monastero assegno case, cortili, terreni e tutte le proprietà e famiglie sotto il mio dominio, che possiedo nel villaggio e nel fundo Cariade, o in altri luoghi all’interno del regno…»
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Il giorno della festa di San Giacomo, in questa torrida estate del 737, ho posto il mio sigillo su questo documento e ho preso dimora presso il vico di Cariade.
I doveri del governo mi travolgono subito, mostrandomi una realtà ben diversa da quella che speravo. Non c’è una vera clausura ad accogliermi: la mia nuova casa sorge sul ciglio del pianalto naturale affacciato sulla Valle dell’Orona, innestata sopra i resti di un antico insediamento rustico romano e a ridosso del fossato del vecchio castrum longobardo, con la torre di avvistamento che ancora getta la sua ombra sulle mura che stiamo innalzando.
Sebbene io sia già entrata qui sub habitu, avvolta nella tunica di lana grezza e con il pesante velo di lino bianco a nascondermi i capelli per sottrarmi alle leggi del mondo, riceverò la solenne Consecratio Virginum solo nei prossimi mesi, quando il cantiere sarà finito.
Per ora, cerchiamo di seguire la Regola di San Benedetto che, nel suo sessantaseiesimo capitolo, prescrive che “il monastero racchiuda tutte le cose necessarie: l’acqua, l’orto e il mulino, affinché le anime non abbiano bisogno di cercare fuori la propria sussistenza”.
Le tre consorelle che hanno scelto di seguirmi, la nobile Gunderada, che mi aiuta con i conti della curtis, e le devote Benedetta e Gemma, due donne del popolo nate proprio tra queste valli e che vi fanno ritorno, guardano questo cantiere caotico con sconforto, e io stessa mi sento schiacciata dai problemi.
Devo far funzionare la proprietà, organizzare i coloni e costruire un nuovo mulino sul fiume, sfruttando una deviazione d’acqua ottenuta nei recenti accordi per non dipendere dalle macine regie del gastaldo.
I servi del mio faderfio mi osservano però con diffidenza: faticano a ubbidire a una donna di diciannove anni che governa con la preghiera e non con la spada. Ho bisogno che nuove converse mi raggiungano presto tra queste mura.
A peggiorare le cose, l’ombra del gastaldo del Seprio, avvelenato dai consigli di padre Anselmo, torna a farsi minacciosa. I suoi uomini sorvegliano ogni nostro bosco, prato o campo, pronti a difendere quei vecchi diritti sulle terre e sulle acque che abbiamo faticosamente negoziato solo pochi mesi fa. Un uomo d’armi maturo come lui non aspetta altro che un mio passo falso per riprendersi i diritti sul fiume che ha dovuto cedere. So bene che ogni mio errore amministrativo verrà usato per dimostrare che sono incapace.
Per far rispettare questo luogo dovrò essere astuta come un serpente e semplice come una colomba, proprio come ci ha insegnato il Maestro.
Mentre stringo tra le mani il pesante codice di Sant’Agostino, chiuso tra due spesse tavolette di quercia rivestite di cuoio scuro, sento che mi manca ancora una cosa, forse la più importante. Devo far tornare Radegonda. Quel volume è il dono che il vescovo Pietro mi ha porto a Ticinum, un tesoro reso ancor più vivo dal recente, faticoso recupero delle spoglie del Santo da parte di re Liutprando.
«Dio fornisce il vento, ma è l’uomo che deve issare le vele», si dice del pensiero del vescovo di Ippona..

Se la preghiera sostiene l’anima, l’operosità del lavoro trae dalla terra erbe e rimedi per i corpi. Con l’aiuto di Radegonda ho intenzione di riprendere a fondo lo studio delle piante curative e la trascrizione dei testi. Sarà l’operosità delle nostre mani a sostenere, confortare e curare le piaghe della carne e dello spirito. Vorrei condividere con lei l’insegnamento di San Benedetto, che voleva spazi distinti per la coltivazione della terra: l’orto delle erbe curative diviso da quello destinato al sostentamento del cenobio, l’utilità del frutteto e l’armonia del giardino.
Ma è ancora presto per parlarne…
Una cosa mi son ripromessa: non lascerò al loro destino le donne nel travaglio. Ho assistito a parti laceranti, a giovani vite strappate troppo presto. Per me è una missione, nel ricordo di mia madre morta nel darmi alla luce.
Adiuva me, Domine.
NOTA STORICA
La vicenda e i personaggi di questo racconto sono frutto di fantasia, ma il quadro storico, così come i costumi e gli ambienti, rispecchiano fedelmente l’epoca di re Liutprando (712 – 744), un’era segnata dall’ormai compiuta fusione tra la stirpe longobarda e la popolazione romana in un’unica società cattolica. Per rafforzare questo legame, il re favorisce anche la nascita di monasteri come centri di sapere e coesione.
In questi anni, l’Editto di Liutprando introduce norme rivoluzionarie a tutela della donna: vieta i matrimoni forzati e impedisce ai parenti maschi di appropriarsi del patrimonio a lei assegnato dalla propria famiglia, il faderfio.
Questa libertà economica rende possibili le scelte di Manigunda e la nascita del suo monastero.
Sebbene gli ultimi studi datino la reale fondazione del complesso monastico all’inizio dell’VIII secolo, si è scelto di mantenere la datazione della tradizione (737), riportata nel presunto atto di fondazione di Cairate, ritenuto un falso del XII secolo prodotto dalle monache per tutelare i propri diritti legali.
L’ambientazione geografica ricalca con esattezza i luoghi storici di Castrum Sibrium, i monasteri di Torba e Santa Maria Assunta di Cairate, e la piccola fontana di Bergoro, posta a mezzacosta poco distante dall’Olona. (https://www.bergoro.it/storia-di-bergoro/ ).
Tutte le immagino sono state generate con l’utilizzo di AI
(FINE)
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