La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
DECIMA PARTE

CAP XIX – XX
XIX – MANIGUNDA
È il venerdì di metà maggio successivo all’Ascensio Domini di questo anno 736. Finalmente vengo chiamata nella cancelleria di Liutprando.
Lui non c’è. Su una lunga tavola, sotto un’ampia bifora da cui spira un leggero vento, il suo notarius comincia a srotolare una pergamena.
Si chiama Autprando, un uomo maturo, dell’età di mio padre, che avevo già incontrato. I capelli sono lunghi, screziati di grigio; indossa una tunica di panno scuro e alla cintura porta la scarsella con gli attrezzi della scrittura.I suoi occhi mi scrutano, come per cercare in me la fanciulla che aveva conosciuto, ma non mostra alcun segno di vicinanza. Si limita a fare il suo lavoro in modo distaccato, rigido nel suo ruolo.
Senza preamboli, mi fa accomodare con un cenno, ma io resto in piedi per l’agitazione.
«Il re ha deciso, Manigunda», dice con un tono formale, brusco, quasi un rimprovero per una colpa che non ho commesso, ma che non lascia margini a repliche. «Se vuoi un monastero, lo avrai. Ma alle condizioni del sovrano. Fonderai un cenobio. Il faderfio destinato al gastaldo di Novaria sarà il corpo della nuova fondazione.»
Mi porto una mano alla bocca per la sorpresa, mentre con l’altra mi appoggio allo schienale della sedia davanti a me. I miei pensieri corrono veloci: io volevo entrare in un monastero, non governarne uno!

Il notarius si alza per indicare con il dito un punto preciso sulla pergamena dei beni regi. A quel gesto il cuore mi salta un colpo; ma prima ancora della paura, arriva una vertigine di stupore: riconosco quella zona.
«Quelle terre sono a qualche miglio a sud del castrum di Seprio e del monastero che conosci bene, vicino alla sorgente a cui ti sei affidata», continua l’uomo, quasi leggendomi nel pensiero.
Sicuramente il re è al corrente di tutto.
Un po’ per affetto e un po’ per calcolo, ha legato il mio bisogno vitale di quell’acqua alle necessità strategiche del regno. Lui non fa mai nulla per caso.
E io non ho scelta.
XX Manigunda
Un tuono violento squassa la notte e mi fa sobbalzare sul giaciglio.
Fuori, il vento si è rinforzato,, facendo sbattere le imposte e agitando le tende della stanza. Il rumore che mi ha destata, però, è un altro: qualcosa di piccolo e pesante che rimbalza e rotola sulle pietre del pavimento.
Mi sollevo di scatto. Silenzio. Forse ho solo sognato. Metto i piedi a terra, ma la pianta calpesta qualcosa di freddo e scivoloso. Un urlo mi sale alla gola, ma riesco a soffocarlo tra i denti. Mi chino, tastando il pavimento. I polpastrelli incontrano la cera: è solo la candela, sfuggita al candeliere che ritrovo poco più in là.
Cerco di ragionare, ma un brivido mi gela la schiena. Il candeliere era sul tavolo, proprio sotto la finestra dove avevo appoggiato le mie pergamene. Sforzo gli occhi nella penombra, cercando le sagome familiari dei rotoli. Un lampo folgorante squarcia l’oscurità: il ripiano è vuoto. Un colpo al cuore mi mozza il respiro.

«No, calmati!», mormoro a me stessa. Prima di coricarmi li avevo chiusi nella capsella di legno, al sicuro nell’incavo alto del muro. Scatto verso la nicchia. Il piccolo scrigno è ancora lì, apparentemente intatto. Tendendomi sulla punta dei piedi, sollevo il coperchio con le dita che tremano. I documenti dei beni regi che Autprando mi ha affidato sono al loro posto.
Tiro un lungo sospirò di sollievo. Forse la paura mi sta giocando un brutto scherzo; forse è stato davvero solo il vento a scaraventare a terra la candela.
Mi siedo sul bordo del letto con il cuore che batte ancora forte, ma un odore insolito colpisce le mie narici. Una sensazione familiare: una scia sottile, un’impronta quasi impercettibile che evoca ricordi che mi sfiorano la mente, senza però poterli afferrare.
È un odore che il vento avrebbe dovuto spazzar via, se non fosse che l’intruso… è appena uscito.
Corro alla porta. È aperta. L’ho forse lasciata aperta io, ieri sera?
Esco.
Nessuno, nessun rumore, nessun passo.
Troppo tardi.
Nel corridoio, la canapa intrisa di sego della fiaccola murata brucia illuminando fiocamente la volta e le pareti di una luce rossastra. Quel puzzo acre e rancido appesantisce l’aria e sovrasta la scia sottile che avevo avvertito nella stanza.
Rientro. La traccia nell’aria è svanita, come se non fosse mai esistita.
Eppure nessuno mi toglie dalla mente che qualcuno sia entrato qui dentro per cercare le descrizioni dei confini del nuovo monastero. Se fosse così, non è un ladro comune. È qualcuno che ha libero accesso al palazzo, qualcuno che può muoversi senza destare sospetti, anche se ha rischiato molto a venire al piano di sopra, nel dormitorio delle donne.
Mi rannicchio di nuovo tra le coperte, ma il cuore non si calma.
Non starò mai al sicuro: la malattia che mi ha tolto il sonno, i codici segreti che non avrei dovuto conoscere, e ora le terre di un cenobio che ancora non esiste.
Cos’altro dovrò affrontare?
(Continua)
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