
Venerdì 7 marzo 2026
In una delle mie passeggiate, che in questa lenta convalescenza mi aiutano a riprendere in mano la vita, ogni giorno amplio un po’ il raggio del percorso. Mi capita così di imbattermi in luoghi che ho attraversato molte volte, ma che ora vedo con occhi nuovi.
È una bella giornata di inizio marzo: il sole splende, ma l’aria è ancora fresca. Di buon mattino, con passo tranquillo ma deciso, percorro il sentiero che, attraverso i campi, porta al torrente, passando accanto al maneggio. Il ritmo non è né veloce né lento, e mi permette di cogliere il risveglio della natura. Percepisco il cinguettio degli uccelli, i richiami che si fanno insistenti, i suoni ovattati che giungono dal maneggio dove un’amazzone sta esercitando i cavalli. Guardo il sentiero ancora umido di rugiada e mi accorgo di avere una scarpa slacciata. Mi fermo e mi chino per allacciarla.
Mentre mi rialzo, colgo con la coda dell’occhio un movimento e percepisco il rumore ritmato e sordo di zoccoli sul terreno molle. Attraverso i campi, forse a un centinaio di passi, dalla parte del maneggio, un cavallo al galoppo, scosso e a briglie sciolte, sta puntando dritto verso di me. Si avvicina veloce. Sono sorpreso e impressionato, non so cosa fare. Per un istante penso di buttarmi di lato, di scappare, ma non so se sia la scelta giusta. Paralizzato dal panico resto fermo e alzo istintivamente le braccia in segno di resa.
Il cavallo, all’ultimo secondo scarta di lato, rallenta, fa un mezzo giro e si ferma a pochi passi da me, mettendosi a brucare tranquillamente. È un cavallo baio dal portamento elegante, con garretti fini e un mantello che riluce sotto i raggi obliqui del sole. La criniera, corta e nera, scende ai lati del collo, e la coda, folta, spazza l’aria. La muscolatura è tonica, gli occhi vivi e intelligenti. Il respiro caldo gli esce dalle narici e si mescola al vapore del mattino che sale dal terreno. Sulla fronte una striscia bianca a forma di scudo si assottiglia man mano che scende verso il basso.
Mi guarda non come un animale spaventato o curioso, ma come se mi conoscesse. Anche a me sembra di averlo già visto, sebbene non sappia dire dove o quando.
Di fronte alla sua tranquillità, Il timore lascia spazio a un coraggio inatteso: faccio un passo avanti, piano, per non spaventarlo. Lui non si muove. Anzi, scuote leggermente la testa e soffia. È allora che noto una briglia spezzata che gli pende dal collo. Sul cuoio è incisa, in caratteri maiuscoli, una scritta sbiadita ma ancora leggibile: “DINAMITE ”. Un nome che gli si addice perfettamente, penso.
Poi, improvvisamente, un ricordo sepolto nelle profondità della memoria viene a galla e mi riporta di colpo alla mia prima adolescenza. È un placido pomeriggio di mezza estate. All’ombra del grande albicocco al centro del cortile, circondato dai miei amici, sto leggendo i fumetti di Tex Willer. Ecco il mio eroe preferito: al centro dell’immagine, in sella a Dinamite, il cappello da cowboy calato sulla fronte, mentre scende a rotta di collo lungo il pendio di un canyon. Amico dei Navajo, sempre pronto a rischiare la vita pur di far trionfare il bene su malfattori e ladri di bestiame. Lo vedo scrutare la pianura insieme al fedele Kit Carson, che si liscia i folti baffi bianchi.
Ora i campi che mi circondano si sono mutati nelle praterie sterminate dell’Arizona, sferzate dal vento; il sentiero è la traccia da seguire; la staccionata del maneggio è la palizzata del fortino dove il sergente O’Hara impartisce improbabili ordini alla truppa e un giovane trombettiere chiama all’adunata. Il filo di fumo che si alza a nord, dietro le colline che chiudono l’orizzonte, è quello dell’accampamento dei Navajo. I fischi degli uccelli sono gli stridii dei falchi che ruotano nel cielo terso in attesa di piombare su un inconsapevole serpente o su un’improvvida lepre.
Un brivido mi corre lungo la schiena. Rivivo i sogni di avventura, le fragili illusioni e le speranze ostinate di un ragazzo che si affaccia per la prima volta alla vita.
Un richiamo, un fischio modulato, si alza dalla parte del maneggio. Mi volto: due figure si stagliano controluce. Dinamite tende le orecchie, alza la testa, fiuta l’aria. Fa un passo indietro, poi un altro, mi guarda per l’ultima volta, infine riparte al galoppo verso di loro.
Sono troppo lontani per distinguere il contorno dei volti. Una delle due figure pare portare un cappello da cowboy, l’altra forse ha baffi e un pizzetto bianco… ma no, mi dico che è solo una illusione ottica legata alla distanza o uno scherzo della mia immaginazione.
Eppure, per un istante, ci ho quasi creduto: a volte… ritornano.
O.I.
Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi lì:
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