Io, Manigunda
La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
NONA PARTE

NONA PARTE
XVII – LIUTPRANDO
Le lastre di marmo romano alle pareti del palazzo sono fredde, come il mio sguardo. In questo aprile del 736, nel ventiquattresimo anno del mio regno, siedo sullo scranno di legno intagliato e ricevo questa fanciulla, mia figlia nella legge. Nonostante la giovane età, ha già conosciuto la sofferenza e il dolore; per questo nutro rispetto per lei.
Le voci che mi sono giunte dal Seprio circa un suo coinvolgimento in oscure pratiche di magia mi lasciano indifferente. Conoscevo troppo bene suo padre per non sapere che in lui la ragione ha sempre prevalso sulle paure dei folli, e che ha forgiato lei con lo stesso stampo.
Avrei voluto che la mia proposta suonasse alle sue orecchie come un dono, ed è per questo che ho voluto riceverla davanti alla corte. Un dono che la liberasse da tutte le falsità e le menzogne che, di fatto, sono indirettamente rivolte verso la mia persona, orchestrate per mettere in luce le qualità di altri che mirano a ottenere più potere.

Ma mi sono sbagliato circa il dono. E la mia pazienza, ora, si sta esaurendo.
Il battito ritmico delle mie dita fa eco nella sala mentre tamburello sul bracciolo dello scranno, sfiorando la pesante fibbia d’oro della mia cintura. Con l’altra mano mi accarezzo la barba, spartita in due punte sul mento, che sfiora la mia tunica di seta purpurea, un prezioso tessuto bizantino giunto a Ticinum risalendo il Po. Sono indispettito. I miei equilibri politici rischiano di saltare per un capriccio.
«Rifiuti il mundio di uno dei capi più potenti della fara di Novara?», tuono.
In verità, sono sempre stato affettuoso con lei. Non solo per la riconoscenza verso suo padre e la stima per sua madre, ma perché Manigunda è intelligente, ha imparato molto aiutando la sua stirpe e mi piace il suo carattere, delicato ma anche un po’ ribelle. In questo momento, però, non riesco a controllarmi. La mia voce rimbalza cupa sotto le volte.
«Un uomo ricco, un guerriero coraggioso che ha versato sangue per il mio regno. Un mio amico fedele.» Manigunda mantiene la schiena dritta, nonostante i sussurri dei cortigiani e dei notai alle sue spalle.
«Un uomo avanti negli anni», ribatte, guardandomi dritto negli occhi, «che conosce solo il valore della scramasax e il sapore dell’idromele.»
La mia guardia fa un passo avanti stringendo l’elsa della spada. Lo fermo con un cenno secco della mano. Questo alterco è solo mio. Una cosa privata. Mi sporgo in avanti con la faccia arrossata, sforzandomi di calmarmi per farla ragionare.
«Le donne della tua stirpe», le mormoro sottovoce, in modo che nessun altro possa sentire, «obbediscono per il bene del regno. La dote che ti assegno serve a legare i duchi, non a soddisfare i tuoi capricci.»
Lei non arretra di un millimetro, immobile sul pavimento a mosaico.
«Allora lascia che io scelga l’unico sposo che non mi sottometterà a un uomo», dice, ferma.
Resto in silenzio, colto alla sprovvista. «Continua», le ordino.
«Voglio entrare in monastero. Consacrare la mia vita a Dio e prendere il velo.»
Il silenzio cala improvviso nella sala. Mi blocco, sorpreso. La bocca si schiude per ribattere, ma non esce alcuna parola. La fisso, cercando di leggere la verità sul suo volto serio, poi mi raddrizzo sullo scranno. Resto muto, con il mento stretto tra pollice e indice. Lei sa bene che le mie stesse leggi proteggono chi sceglie Dio. La corte resta con il fiato sospeso, in attesa della mia mossa.
XVIII – MANIGUNDA
È sera a Ticinum.
Mentre cerco di trovare riposo nella sala al piano superiore del palazzo regio, ripenso al colloquio di oggi con il re, alla mia risposta d’istinto e ai dubbi che ora mi assalgono.
Scosto la pesante cortina della finestra. Là sotto il Ticinus scorre nel buio, rivelato solo dai riflessi dei fuochi accesi sulle mura.
Avrò fatto bene o avrò fatto male?
Liutprando ha ignorato del tutto le mie vicissitudini nel monastero del Seprio. Ha parlato come se non fossi mai stata là dentro.
Eppure io so che sa.
Sicuramente padre Anselmo avrà fatto circolare la voce per metterlo in guardia, e il dubbio che quelle carte siano nelle mani del re non è così remoto. Se volesse, potrebbe ridurmi in briciole in un istante. Ma conosco la sua intelligenza e lui conosce la mia lealtà.
Al tempo stesso, non mi sfuggono i complessi equilibri con i duchi e i governatori del regno. La sua proposta matrimoniale nasconde il preciso disegno di bilanciare il potere di Eremperto, il gastaldo del Seprio, che governa quel distretto di confine settentrionale e riscuote i diritti di transito verso le terre franche.
Ma sono soprattutto le parole che, subito dopo, le mie amiche d’infanzia, che avevo ritrovato a Ticinum, mi hanno sussurrato a tormentarmi. Mi hanno quasi implorata di desistere dal mio proposito, evocando le gioie dell’amore e della maternità di cui dovrei privarmi, e ricordandomi tutte le difficoltà che una donna incontrerebbe da sola, senza un uomo che la protegga con il suo mundio.

Le loro parole mi hanno quasi convinta, e sono sul punto di cedere.
Ma, mentre rimugino, il pensiero corre a Guntberga, che le donne di corte ricordano ancora come la più splendida tra le principesse; lei, nipote di Liutprando, il cui destino era stato legato a quello del duca Romualdo. Ricordo bene i racconti di quando, mentre ero ancora in fasce, aveva varcato quelle stesse soglie: il re, tormentato dall’ossessione di non avere figli maschi a cui affidare il futuro del regno, considerava quella nipote, figlia della sorella Aurona, una delle sue pedine diplomatiche più preziose, e l’aveva concessa in sposa al duca di Benevento per tenere vicino alla corona quel territorio spesso ribelle.
Un destino a cui non voglio cedere. Capisco l’ammonimento delle mie amiche, ma non voglio essere trattata come merce di scambio per suggellare patti a cui sono estranea, sottomessa al volere altrui senza mai poter scegliere il mio percorso.
Una prigionia dorata a cui ho giurato di non sottostare.
Credo nel valore delle donne. Il Creatore le ha plasmate per sopportare dolori che gli uomini non possono neppure immaginare. Se penso a Teodolinda, so che non siamo meno forti di loro: abbiamo solo meno occasioni per dimostrarlo.
Io, ricordando l’esempio di mio padre, che sento ancora presente al mio fianco, e l’orgoglio di appartenenza alla stirpe di mia madre, che mi ha donato la vita, sono pronta a darne prova.
(Continua)
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