Io, Manigunda – OTTAVA PARTE

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La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce

OTTAVA PARTE

OTTAVA PARTE


O.I. 2026


XV MANIGUNDA

Spingo la pesante porta di quercia dello scriptorium e avanzo a passi lenti nel silenzio. I miei calzari calpestano le foglie secche che la tramontana ha spinto dentro attraverso la feritoia. È da tempo che nessuno varca questa soglia.
Oggi è la vigilia di San Martino: il cielo è terso, eppure da settentrione quel soffio tagliente e freddo insiste a insinuarsi nella valle. 

Proprio stamattina ho comunicato alla badessa la mia decisione.
Dopo aver rimuginato per tutta la notte, ma alla fine ho capito che tirarmi indietro sarebbe stato un doppio tradimento: verso Madre Adelberga e verso Radegonda, di cui non ho più notizie, ma che non dispero di rivedere.

Mi siedo allo scranno, davanti al leggio in noce. È robusto ma ormai tarlato e un po’ instabile, eppure fa ancora il suo dovere: un piano inclinato sorretto da un solido piedistallo con una base a quattro bracci disposti a croce, intagliati grossolanamente a forma di zampe di leone.
È concepito per essere spostato, con due fori circolari dove alloggiano i calamai ricavati da corni di bue. Lo traggo a me, orientandolo verso la feritoia affinché la luce d’autunno sia sufficiente per tracciare le lettere.

Impugno la penna, cercando il conforto di un gesto consueto, ma non ho segni da tracciare. Senza la mia maestra, tutto sembra vuoto. Sfioro il legno levigato dal tempo, segnato da vecchie macchie scure, chiedendomi da dove cominciare.

Mi attardo a temperare: impugno il manico d’osso del piccolo coltellino e ripulisco la punta della piuma d’oca, finché non torni affilata, e intanto… i pensieri corrono.

Nei primi giorni, per la festa del Santo, coloni e abitanti del vico verranno a versare i censi e a consegnare i frutti dei raccolti. Molti busseranno alla nostra porta consumati dalla febbre terzana o piagati dal duro lavoro nei campi. Io sarò lì per loro, pronta a offrire ciò che posso: un farmaco, un unguento o anche solo un sorso di acqua fresca.

Per aiutarmi, la badessa mi ha promesso il sostegno di sorella Anna, una novizia figlia di un conciatore del vico. È giovane e ha buona mano: sa come raschiare e trattare le pelli. Il suo lavoro mi libererà dal gravoso compito della preparazione della pergamena, lasciandomi il tempo necessario per dedicarmi a tradurre in rimedi pratici le antiche ricette e i segreti empirici che Radegonda mi ha tramandato, dosando con cura veleni e medicamenti.

Con questo pensiero, alzo gli occhi verso gli armadi incassati nella pietra, con le pesanti ante di quercia lasciate aperte. Senza Radegonda, quei codici impilati sui ripiani di legno scuro mi sembrano solo membrane impolverate.

Poi, lo sguardo cade sulla capsella di legno custodita nella nicchia del banco, dove erano conservati gli scritti segreti.

È accostata, il chiavistello di ferro sollevato. La chiave non c’è.
Con le dita tremanti sollevo il coperchio: è desolatamente vuota, ad eccezione di poche pergamene sparse. 

Un brivido mi attraversa la schiena. Nessun segno di scasso: chi ha violato la capsella possedeva la chiave. Nel disordine dei fogli rimasti avverto l’eco di una ricerca frenetica: l’intruso ha lasciato solo pergamene innocue, preghiere inserite come scudo per proteggere il segreto.
Forse riconosco Radegonda. E se la mia maestra avesse previsto tutto? La chiave potrebbe essere svanita con lei, e i codici già al sicuro, oltre le mura del cenobio, oppure…

La paura che ero riuscita a mascherare davanti alla badessa torna a togliermi il respiro.
Ci si può imporre il coraggio davanti agli altri, ma nel silenzio dell’anima la paura non obbedisce a nessun comando, né si lascia scacciare dalla sola forza di volontà.

XVI MANIGUNDA 

Oltrepasso trafelata la soglia dell’hospitium e l’aria pesante mi investe subito. L’odore dolciastro della paglia fradicia si mescola a quello di fango e di sterco di cavallo che impregnano le vesti del messo. Madre Adelberga è seduta sull’alto scranno di legno. Il suo volto, incorniciato dal velo, è una maschera di rigida cortesia, ma le dita tormentano nervosamente l’anello d’oro con cui sigilla gli atti del monastero.

Davanti a lei, in piedi, c’è l’inviato di Liutprando. Non è un semplice servo, ma un guerriero della scorta regia dal portamento fiero e scontroso: indossa un corto pastrano di lana grezza bordato di pelliccia di lupo e una cintura di cuoio borchiata da cui pende la scramasax. Ha i capelli lunghi divisi sulla fronte e la barba incolta, incrostata dalla polvere del viaggio. Sul tavolo di castagno ha appena appoggiato un astuccio di cuoio chiuso dal sigillo di cera del re.

«Ecco la nostra Manigunda», dice la badessa. La sua voce risuona tagliente sotto la grande croce di bronzo gemmato, dono del vescovo Pietro di Ticinum, appesa sul muro, alle sue spalle.

È passato molto tempo dalla vigilia di San Martino, quando scoprii la capsella vuota. Le piogge d’autunno e il gelo dell’inverno hanno ormai lasciato il posto alla primavera, ma dentro di me quell’inverno non è mai passato: il silenzio su Radegonda è rimasto assoluto, e ogni notte ho temuto che l’ombra che aveva violato lo scrigno tornasse a cercare me.

Siamo nel cuore della Settimana Santa, e neppure un emissario del re dovrebbe varcare la soglia del cenobio in questo sacro tempo.
Madre Adelberga è immobile, incapace di celare il proprio sdegno: per lei, quella visita è solo un’intollerabile ingerenza del trono, tanto più se portata da un uomo arrogante e rozzo come quello che ha davanti.

Il messo si volta di scatto. I suoi occhi piccoli e scuri mi squadrano dall’alto in basso, fermandosi sul piccolo otre in pelle di capretto che porto a tracolla con l’acqua della sorgente.
Un ricordo improvviso mi stringe lo stomaco: io quell’uomo l’ho già visto a Ticinum, tra i corridoi del palazzo regio. Allora era solo uno dei tanti, un’ombra che oggi si è materializzata. Il suo sguardo non ha il rispetto che si deve a una donna di nobile stirpe, ma la freddezza di un mercante che valuta una merce.

«Il re Liutprando chiede di te», esordisce l’uomo senza alcun preambolo, con una voce sgradevole.
«E ha fretta.»

Mi ero quasi dimenticata degli intrighi della corte. So bene cosa si muove dietro quell’urgenza: ora che la notizia della mia miracolosa guarigione è arrivata alle orecchie del sovrano, il mio destino è segnato. Il mio matrimonio stabilito per me per fini politici era stato solo rinviato dalla mia partenza da Ticinum.
Non c’è dubbio che io sia un ottimo partito: i possedimenti della mia stirpe e il ricco faderfio, la dote paterna che spetta a noi donne come unica eredità, fanno gola a molti. Il sovrano vuole controllare direttamente il territorio e darmi in sposa a un suo gastaldo, che in cambio dovrà garantire un cospicuo morgengabe, il dono del mattino, la quarta parte dei beni dello sposo destinata alla moglie.
In tutto questo, l’amore e i sentimenti non hanno alcun peso.

Del resto, l’unico mio amore è stato, a tredici anni, Marco, il figlio adolescente di un artigiano passato da Ticinum e diretto a Modoetia, al palazzo di Teodolinda.

Sin da bambina ero cresciuta nutrendomi delle leggende sulla grande regina, emozionandomi per i racconti sul suo coraggio nel guidare il nostro popolo lontano dalle vecchie eresie per abbracciare la Chiesa romana, sulla sua intelligenza politica e sulla determinazione nel designare il sovrano. Ammiro profondamente la sua figura: ha dato una svolta decisiva alla nostra storia, favorendo quell’integrazione con i romani che Liutprando sta portando a compimento, un cammino di cui io, figlia di due popoli, mi sento orgogliosa.

Il pensiero che Marco avrebbe visto il palazzo che aveva ospitato una simile donna lo rendeva ancora più prezioso ai miei occhi.
Nei pochi giorni in cui è rimasto nostro ospite, il mio cuore palpitava per lui che mi aveva rubato il primo bacio e la promessa di un amore eterno. Prima di ripartire, senza sapere se ci saremmo mai più rivisti, aveva appoggiato l’indice alle labbra, lo aveva baciato e poi rivolto verso di me, soffiandoci sopra.

Adesso sorrido della nostra ingenuità di allora, ma non posso dimenticare il suo dolce gesto.

Il guerriero allunga il braccio, porgendomi l’astuccio di cuoio. Non mi muovo.
Invece di afferrarlo, premo istintivamente le dita contro il legaccio che stringe con forza l’imboccatura dell’otre.
Resto in silenzio.
Il messo, a cui non sfugge quella reazione, solleva un sopracciglio, sorpreso.

«Prendilo, Manigunda», insiste la badessa. Nei suoi occhi c’è un sincero dispiacere e la sua voce ha un tono affettuoso ma anche preoccupato, come una madre che vorrebbe proteggere la propria figlia da un futuro ignoto e contrario al suo desiderio.

Il suo invito è la resa inevitabile al volere del re.

Guardo lei, guardo il messo.


La mia vita ha preso una svolta inaspettata da quando Radegonda è svanita, ma non ho nessuna intenzione di tornare indietro.


(Continua)

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