La vera storia di Manigunda raccontata dalla sua stessa voce
SESTA PARTE
XIII ADELBERGA
Il battito alla porta della mia stanza si fa insistente.
Sono curva sui fogli dei canoni delle terre del cenobio, con la testa pesante. Con la partenza di Radegonda l’erboristeria e lo scriptorium sono abbandonati. Senza di lei non arriveranno le ordinazioni per la copiatura dei codici e per i medicamenti dell’erboristeria, ma il grano per i poveri dobbiamo continuare a distribuirlo. Se smettiamo di nutrirli, la fame risveglierà i loro antichi timori pagani e torneranno a perdersi nelle vecchie superstizioni.
Non vorrei distrazioni in questo momento, ma mi alzo ugualmente dallo scanno di legno e vado ad aprire.
È Manigunda.
Lo sapevo. Ha il volto teso, le labbra strette in una linea sottile.
Non parla. Lo sguardo che mi lancia dice già tutto.

«La tempesta è arrivata prima del previsto» la prevengo, senza farla entrare. «E io ho dovuto piegare la testa per proteggere il monastero.»
I suoi occhi si spengono. Sento il peso del suo silenzio, ma non distolgo lo sguardo. Devo rimanere salda.
«Sono stata costretta a cedere davanti all’ultimatum di padre Anselmo» le spiego, misurando le parole. «Prima che i soldati del gastaldo regio si presentassero alle nostre porte, ho scelto di salvare Radegonda dall’accusa di maleficium. Le ho ordinato io stessa di partire prima dell’alba insieme a sorella Antonia. Sono dirette verso l’isola di San Giulio, dove i pellegrini onorano le spoglie del santo. Lì saranno al sicuro, protette dal lago.
Serviranno nello xenodochio, assicurando un giaciglio e un piatto di zuppa ai viandanti finché la situazione non si sarà calmata.»
Cade il silenzio nel corridoio. Lascio scorrere il tempo di due Pater.
Manigunda non muove un muscolo, tiene le labbra serrate. La guardo e decido di rischiare. Una mossa per salvare lo scriptorium e pesare la sua tempra.
«Ho una proposta per te» dico, fissandola dritta negli occhi. «Prendi il posto di Radegonda nell’erboristeria e nello scriptorium. Da subito.»
Manigunda alza il capo. La disperazione svanisce, lo sguardo si riaccende. In quell’istante capisco che lei non invecchierà tra queste mura. Il suo destino è legato a quello di Radegonda.
XIV MANIGUNDA
Le parole di Madre Adelberga mi colpiscono come un pugno, lasciandomi stordita.
Prendere il posto di Radegonda. Prima di ogni altra cosa arriva la rabbia: dovrei sostituire la mia maestra così facilmente, come se si trattasse solo di riempire un posto vuoto nel coro!

Radegonda è in fuga, cacciata dalle trame di padre Anselmo e dalla viltà di chi non ha saputo proteggerla.
E la badessa mi chiede di raccoglierne l’eredità prima ancora che la polvere si sia posata sul pavimento dell’erboristeria violata.
Mi sembra un tradimento, un modo cinico per rimettere in sesto le carte del monastero e zittire le malelingue.
Eppure, sotto il rancore, sento qualcosa che mi fa tremare le gambe. Qualcuno deve portare avanti quel lavoro e nessun’altra, all’infuori di me, sa farlo.
Ma io sono solo una discepola…
Come posso pesare le erbe, curare i feriti del castrum e i poveri del vico senza la sua guida? Basterebbe un errore, un solo malato che muore per un mio decotto, e i nostri nemici avrebbero la prova di maleficium.
Insieme alla paura, però, si insinua dentro di me un pensiero vergognoso e proibito: la proposta mi lusinga. La superiora ha scommesso su di me. Non sono più la ragazzina che pesta le radici nel mortaio, sono l’unica che può salvare l’erboristeria.
E subito dopo affiora un altro pensiero: per la prima volta vedo la libertà. La libertà di agire di testa mia, senza chiedere il permesso; di scegliere la mia strada.
Kyrie eleison.
Mi fermo, spaventata da me stessa. È superbia, il peccato più insidioso. E io le ho appena ceduto.
Scaccio il pensiero, ma d’altra parte so di dover affrontare la realtà. Se voglio diventare forte abbastanza da proteggere il nome di Radegonda e, un giorno, poterla rivedere, devo accettare. Se rifiuto per paura, la tradisco.
Le unghie affondano nel palmo della mano.
Alzo lo sguardo, fisso Madre Adelberga negli occhi, ma lo abbasso subito dopo. Il senso di colpa mi schiaccia ancora lo stomaco.
Se non avessi aperto quella capsella, se non avessi assecondato Radegonda, lei sarebbe ancora qui.
(Continua)
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