
Domenica 27 agosto 1893 – Hotel Dieu, Arles
Stamattina, appena ho messo i piedi a terra, la testa ha cominciato a girarmi. Sono stato costretto a sedermi di nuovo sul letto, aspettando che il mondo smettesse di ondeggiare.
Nel pomeriggio ho riprovato. Con un po’ di fatica sono riuscito a trascinarmi fino al corridoio che si affaccia sul cortile interno dell’ospedale, dove sono ricoverato da una settimana, dopo la ferita alla testa e quella crisi di nervi che mi scuoteva tutto il corpo e mi toglieva il respiro.
È una di quelle giornate di fine estate che già lasciano intuire l’arrivo dell’autunno, anche se il sole scalda ancora l’aria. Al tramonto l’umidità si alza dal giardino e i raggi obliqui accendono il giallo vivo delle nervature delle arcate, come un faro puntato sulle pareti.
Mi appoggio alla ringhiera e osservo la costruzione.
È un bel caseggiato che ricalca lo stile e lo spirito dei conventi medievali: un quadrilatero su due piani affacciato sul chiostro, al cui centro si trova una vasca circolare dove pesci rossi — di varie tonalità e dimensioni — guizzano nell’acqua limpida. Le volte dei corridoi che circondano il giardino interno sono a crociera. La luce filtra tra una colonna e l’altra, facendo risaltare il pavimento di pietra grigia.
Dalla vasca si diramano vialetti ben tracciati che arrivano fin sotto le arcate. Il giardino è all’italiana, delimitato da una fila di tigli. Mi sorprende come anche la terra arsa dal sole possa avere un suo fascino: sfumature che vanno dall’arancione al giallo, dal marrone al verde, mescolate in mille tonalità, come quando sulla tavolozza del pittore i colori si sovrappongono senza ordine apparente.
Dalle aiuole sale ancora il profumo di menta, salvia, ruta e rosmarino, un aroma che mi inebria e mi dà per un istante l’illusione di essere tornato tra i campi di casa mia in Italia.
Rimango appoggiato alla ringhiera e non voglio lasciarla. Non è solo la stanchezza: è che da quassù la natura sembra parlarmi.
Qualche ciuffo di spaccapietra spunta tra i sassi, nonostante l’arsura dell’estate, con una tenacia che mi tocca più di quanto vorrei ammettere. Anche il fruscio del vento che agita le foglie mi arriva come un invito a respirare più a fondo, a lasciarmi attraversare da un po’ di pace, a recuperare un barlume di serenità.
Mi piace osservare il contrasto tra i colori delle erbe nel giardino e i vasi dipinti di un rosso carminio, con le piante di limone — più delicate — che durante l’inverno erano state messe al riparo dal gelo sotto le arcate del pianterreno, aspettando la primavera per tornare a mostrare il rigoglio delle foglie dal verde intenso e l’estate per offrire i frutti gialli e succosi.
Per un attimo mi sembra che il giardino stia facendo il suo lavoro: rimettere insieme ciò che dentro di me si è spezzato.
Un movimento cattura il mio sguardo: è Sœur Claire, della congregazione delle Filles de la Charité, che attraversa il vialetto con passo deciso, quasi militare. Il bianco dell’abito, sotto il mantello nero, risalta come se fosse stato immerso in un bagno di gesso, tanto è netto il contrasto.
Cammina veloce, senza esitazioni, come se sapesse esattamente dove andare e cosa fare. La seguo con lo sguardo mentre passa accanto alle aiuole, e per un istante ho l’impressione che segua un percorso tracciato di fresco da un pennello immaginario su una tela.
Il suo passo risuona sulla ghiaia, un ritmo secco e deciso che sembra incarnare la certezza, mentre io sono ancora in bilico, sospeso in un equilibrio fragile.
Venerdì 8 settembre 1893 – Hôtel-Dieu, Arles
È appena entrata bonne sœur Claire nella camerata. Impettita come sempre, si è avvicinata al mio letto con una cartella clinica stretta tra le mani. Con quel suo tono asciutto, che non ammette repliche, mi ha comunicato che domani sarò dimesso.
Sta già oltrepassando la soglia quando si volta. La cuffia bianca, inamidata, incornicia il suo volto; i suoi occhi celesti, improvvisamente luminosi, si aprono come due fari puntati su di me.
— Monsieur Henry — non si permette di chiamarmi Rirì, anche se sa bene che tutti mi conoscono così — dice con una voce che vibra — riprendete in mano il pennello e… tornate a trovarmi.
Non attende la mia risposta. Il suo passo si allontana nel corridoio. Mi sorprende: non aveva mai accennato al mio essere pittore, per quanto possa valere. La immagino come uno di quei limoni che ho osservato nel giardino: scorza dura, rugosa, ma dentro una polpa tenera e profumata.
Sono ancora debole, nel corpo e nella mente, e ho paura di uscire da qui, di tornare nel mondo dove mi sento un estraneo, tra gente che senza alzare lo sguardo, ma sapendo che sono straniero, sputerebbe per terra se mi incontrasse. Le mie mani si chiudono in pugni serrati e sento il sudore sulla pelle.
Eppure, nello stesso istante, qualcosa mi punge e mi spinge verso il ritorno alla vita e ai miei colori: l’odore acre delle vernici, il rosa accecante delle saline a mezzogiorno, le ombre blu della sera, i riflessi tremolanti di un lampione che si specchia in un canale del Rodano. È come se una parte di me, rimasta silenziosa per troppo tempo, ricominciasse finalmente a parlarmi.
Mi affaccio forse per l’ultima volta sul corridoio che dà sul giardino. Oggi il sole è velato e i colori sembrano attenuati, come se qualcuno avesse steso un velo di bianco sulla scena. Ma nella mia memoria tutto è ancora vivo: il giallo acceso delle arcate, il rosso carminio dei vasi, il verde timido dei primi germogli.
Li dipingerò così, come li ho visti quel giorno al tramonto quando la natura sembrava parlarmi e rimettere insieme ciò che dentro di me si era spezzato.
Postfazione
Rirì, il piccolo Enrico, era stato chiamato così fin dal 1885, quando — migrante di appena dodici anni, terzo di sette tra fratelli e sorelle, il padre morto dopo essere stato scalciato da un cavallo in pieno petto — era partito dalla Brianza con il fratello Gaetano, di quattro anni più grande.
Lasciavano alle spalle il povero cortile di casa, mentre la madre si asciugava di nascosto le lacrime con il dorso della mano, per emigrare nel sud della Francia in cerca di lavoro.
Troppo piccolo per essere assunto nelle saline di Aigues‑Mortes, dove lavorava Gaetano, Riri aveva trovato impiego come manovale in un’impresa di costruzioni. La sua intelligenza, la voglia di lavorare e soprattutto il talento nel dipingere che aveva mostrato gli avevano permesso, in pochi anni, di passare al ruolo di imbianchino‑decoratore durante il giorno — occupandosi anche di corniciature, fregi e piccoli trompe‑l’œil — e di pittore autodidatta la notte. Volitivo e curioso, aveva appreso l’arte del dipingere osservando alcuni dei pittori che frequentavano la zona di Arles e si ispirava a loro per le sue opere. In più di un’occasione si era fermato a osservare i paesaggisti che lavoravano lungo il Rodano, annotando mentalmente i loro tocchi e la scelta dei colori.
Troppo povero per affittare una stanza, viveva con il fratello nelle baracche di Peccais, alla periferia sud-ovest della città fortificata, insieme agli operai delle saline.
Lì si trovava anche all’alba di quel terribile 17 agosto 1893, quando una folla di inferociti lavoratori francesi diede la caccia agli stagionali italiani, uccidendone almeno una decina e ferendone gravemente più di cinquanta.
Tra i feriti c’era anche Riri, colpito alla nuca da una pietra scagliata con rabbia, mentre cercava di mettersi in salvo.
Solo la prontezza del suo datore di lavoro — che dapprima lo aveva accolto in casa propria, rischiando egli stesso, e poi lo aveva affidato alla compassione e alla bontà di suor Claire — lo salvò dal linciaggio e infine lo restituì alla vita.
Questi appunti furono scritti negli ultimi giorni del suo ricovero all’ospedale di Arles, lo stesso dove qualche anno prima era stato curato Van Gogh (*), anche se Riri forse non lo seppe mai.
Tornato in Italia, trascorse la convalescenza nel nostro paese, ospitato dalla sorella — sposata con un bergorese — nella casa all’entrata del paese venendo da Fagnano.
Molti anni dopo, i suoi appunti riemersero da una busta sigillata, conservata tra le carte della sorella: una rara testimonianza dei sacrifici e della tenacia che caratterizzarono l’emigrazione lombarda di fine Ottocento.
O.I.
(*) In alto il quadro di Il cortile dell’ospedale di Arles di Vincent van Gogh – 1889
Qui sotto trovi la mappa per arrivare sul posto: il racconto è ancora più bello se lo leggi lì:


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