«La guerra ha cambiato molte cose, ma non è riuscita a togliere alle persone la capacità di amare, di aiutarsi e di prendersi cura degli altri»

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Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

Ola è appena rientrata in Italia dall’Ucraina, la sua terra natale, dove da tempo porta avanti una missione difficile: stare accanto alle persone che vivono in condizioni estreme a causa della guerra. 

È una giovane suora cattolica, consacrata da poco, e conserva un legame speciale con Fagnano, il paese che l’ha accolta in momenti importanti della sua vita. Oggi è qui con noi per condividere un pezzo della sua storia e dei suoi giorni. 

Ola, parliamo di te. Sei appena arrivata in Italia dall’Ucraina. Come è nato il tuo rapporto speciale con Fagnano?

 «Il mio rapporto speciale con Fagnano è iniziato più di 25 anni fa, quando venivo qui in Italia per trascorrere le vacanze estive come una dei cosiddetti “bambini di Chernobyl”. Qui ho incontrato persone che mi hanno accolto con grande affetto e semplicità. La famiglia che mi ospitava e tante persone del paese sono diventate per me qualcosa di molto più grande di una semplice ospitalità: sono diventate la mia famiglia.»

Quando ci siamo conosciuti, durante il lockdown, tu non eri ancora consacrata. Cosa ti ha spinto a diventare suora? È stata una scelta influenzata dalla guerra o era già nel tuo cuore?

«La mia scelta di consacrarmi a Dio era presente nel mio cuore già da molto tempo, molto prima della guerra. Da anni sentivo dentro di me il desiderio di qualcosa di più grande. A Kyiv trascorrevo molto tempo in chiesa, aiutavo nella comunità e nella catechesi. Poco alla volta ho capito che desideravo donare tutta la mia vita a Dio e al servizio degli altri. La guerra non ha fatto nascere questa chiamata, ma l’ha resa ancora più profonda.»

Molte famiglie ucraine ospitate in paese subito dopo l’inizio della guerra – principalmente donne e bambini – hanno mantenuto un legame di amicizia con Fagnano e Bergoro, anche a distanza di anni. Che cosa ha fatto nascere e mantenere questo legame così forte? 

«Credo che questo legame sia nato soprattutto dalla semplicità e dalla capacità delle persone di aprire il cuore. In un momento così difficile, tante famiglie ucraine hanno trovato qui non solo un aiuto concreto, ma soprattutto accoglienza, amicizia e vicinanza.»

In questi anni sono cambiate molte cose, in Ucraina e anche in Italia. Quali differenze noti oggi rispetto ad allora? 

«In questi anni sono cambiate molte cose. Una delle differenze che noto è che oggi in Italia si parla molto meno della guerra nei media, mentre noi in Ucraina continuiamo a vivere questa realtà ogni giorno: Kyiv e molte altre città vengono ancora bombardate, tante persone hanno perso la casa, i propri cari e la sicurezza di una vita normale. Allo stesso tempo, vedo una grande forza nel nostro popolo: nonostante le difficoltà, continuiamo a vivere, a lavorare e ad aiutarci gli uni gli altri.»

Dopo anni di guerra, con gas ed elettricità razionati e notti segnate dalla paura di missili e droni, in che condizioni vivono oggi le famiglie? Come fa la gente a trovare ancora la forza per andare avanti?

«Oggi molte famiglie ucraine vivono una realtà molto difficile. Io vivo a Kyiv e vedo ogni giorno quanto le persone siano stanche e provate. I bombardamenti continuano, molte notti sono segnate dalla paura dei missili e dei droni, spesso non riusciamo a dormire. Ho passato molte notti nella metropolitana, dormendo per terra, oppure nei rifugi, cercando semplicemente un luogo più sicuro.

Durante l’inverno, a causa dei bombardamenti contro le centrali termiche, nel nostro appartamento non c’era il riscaldamento, mentre fuori la temperatura arrivava a -20 gradi. Ci sono difficoltà con l’elettricità e tante altre conseguenze della guerra.

Ogni giorno piangiamo persone che perdono la vita: civili uccisi nei bombardamenti e soldati caduti al fronte. È un dolore che ci accompagna continuamente. Eppure ogni mattina ci rialziamo e continuiamo a vivere, a lavorare e ad aiutarci gli uni gli altri. Non abbiamo scelta: dobbiamo andare avanti, dobbiamo lottare ed essere forti. Lo dobbiamo anche a chi non c’è più, per onorare il loro sacrificio e continuare a costruire il futuro.»

Penso ai bambini e agli adolescenti che, prima per il lockdown e poi per la guerra, non hanno mai potuto vivere una vita “normale”. Che ne sarà di questa generazione? 

«Molti bambini hanno vissuto esperienze molto difficili e sono stati costretti a “crescere” molto prima del tempo. Alcuni di loro non ricordano nemmeno cosa significhi vivere una vita normale e in pace.

Allo stesso tempo, molti sono cresciuti con la consapevolezza che per la verità e la libertà bisogna lottare. Sono bambini che hanno visto il valore della solidarietà, della responsabilità e dell’amore per il proprio Paese.

Mi fa molto male pensare a quei bambini che non hanno potuto vivere un’infanzia serena e spensierata, come ogni bambino dovrebbe avere.»

Nonostante le difficoltà e le lezioni spesso online, ragazzi e giovani non hanno mai smesso di studiare e restare agganciati all’istruzione. La scuola in Ucraina riesce ancora a creare relazioni e futuro?

«Sì, la scuola continua ad avere un ruolo molto importante. In molte scuole ucraine sono stati creati dei rifugi dove gli studenti vanno quando iniziano gli allarmi. In alcune città, come Kharkiv, ci sono anche scuole sotterranee costruite proprio per permettere ai bambini di continuare a studiare in sicurezza.

Nonostante tutte le difficoltà, la scuola rimane un luogo importante non solo per l’istruzione, ma anche per creare relazioni e custodire la speranza nel futuro.»

Rispetto alle grandi città come Kiev – per non parlare delle zone di confine – nelle campagne e nelle periferie si riesce a vivere un po’ meglio?

«Non esistono luoghi completamente sicuri in Ucraina: la guerra può raggiungere ogni città e ogni regione. Ci sono però zone dove la situazione è un po’ più tranquilla rispetto a Kyiv o alle aree vicine al fronte.

A volte io vado da una mia consorella in un’altra città, semplicemente per poter riposare e dormire un po’ più tranquillamente. Ma anche nei luoghi più tranquilli nessuno dimentica che la guerra continua e che nessuno è veramente al sicuro.»

Cosa la guerra non ha cambiato nelle persone e nella vita di tutti i giorni? E cosa invece non tornerà più come prima?

«La guerra ha cambiato molte cose, ma non è riuscita a togliere alle persone la capacità di amare, di aiutarsi e di prendersi cura degli altri. Ho visto tanta solidarietà, tanta generosità e una grande forza nelle persone.

Allo stesso tempo, è vero che noi non saremo più come prima. La guerra lascia un segno profondo: cambia il modo in cui guardiamo la vita, il valore che diamo alle cose semplici e il modo in cui pensiamo al futuro.

Molte persone hanno perso qualcuno, hanno vissuto paura e dolore, e queste ferite rimarranno. Ma spero che da questa esperienza nasca anche una maggiore consapevolezza del valore della pace, della libertà e della vita.»

C’è chi dice che, in mezzo a tanta sofferenza e morte, diventa difficile credere in Dio. Tu cosa ne pensi?

«Credo che davanti alla sofferenza e alla morte sia normale porsi delle domande, anche domande difficili. Io so che Dio non ci abbandona ed è con noi nella prova.

In Ucraina si dice spesso che in prima linea non ci sono atei. Quando ci si trova faccia a faccia con il pericolo e con la possibilità concreta di perdere la vita, ci si rende conto che l’unica cosa che davvero rimane è la preghiera. Per questo pregano anche persone che prima non avevano mai pregato.

Non posso dire di vedere oggi molte più persone nelle chiese rispetto a prima, ma vedo che molte si sono avvicinate a Dio: alcune hanno iniziato un cammino di conversione, altre pregano di più e cercano nella fede la forza per andare avanti.»

Che rapporto c’è in Ucraina tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa? E cosa rispondi a chi sostiene che la religione venga usata per influenzare la popolazione in un senso o nell’altro?

«In Ucraina le diverse confessioni cristiane vivono in modo pacifico e collaborano tra loro. Esiste il Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose, dove i rappresentanti delle diverse comunità si incontrano, dialogano e prendono posizione su temi importanti per la società. La guerra ha mostrato che, al di là delle differenze confessionali, tutti siamo chiamati a difendere la dignità della persona e ad aiutare chi ha bisogno.

Per quanto riguarda l’uso della religione per influenzare le persone, credo che la vera fede non sia uno strumento di manipolazione. La fede autentica porta alla libertà, alla verità e al servizio degli altri. Quando la religione viene strumentalizzata per sostenere la violenza, l’odio o interessi politici, si allontana dal suo vero significato. La religione non può diventare uno strumento per giustificare la guerra o per manipolare le coscienze.»

Ogni giorno arrivano notizie di nuove distruzioni e nuovi lutti. Si intravede qualche spiraglio di pace?

«È la domanda che tutti noi ci poniamo ogni giorno. Naturalmente desideriamo la pace e preghiamo per la pace. Ma una pace vera non può significare rinunciare alla libertà, alla dignità o alla giustizia.

Non so quando questa guerra finirà. Quello che so è che il popolo ucraino continua a sperare, a resistere e a credere che un giorno potremo vivere di nuovo in pace. Fino ad allora continuiamo a fare ciò che possiamo: vivere, aiutare gli altri e non perdere la speranza.»

A cosa saresti disposta a rinunciare perché si giunga a una pace vera e duratura? E a cosa, invece, non si può rinunciare?

«Credo che tutti gli ucraini siano disposti a rinunciare a tante cose per arrivare a una pace vera e duratura. Da anni rinunciamo al sonno, alla tranquillità, ai nostri progetti e alla normalità.

Ma c’è una cosa a cui non possiamo rinunciare: la nostra libertà, la nostra dignità e il diritto di vivere in pace nel nostro paese. Nessuno ha il diritto di venire nella nostra terra, nelle nostre case, e semplicemente portarle via.

Noi desideriamo la pace, ma desideriamo anche la giustizia. Una pace vera non può essere costruita sulla paura, sulla violenza o sulla rinuncia alla verità. Deve essere una pace giusta, che permetta alle persone di vivere senza il timore che la guerra ricominci.»

Prima di salutarci, lasciaci con un sogno che porti nel cuore.

«Il mio sogno più grande è molto semplice: che un giorno l’Ucraina possa vivere finalmente in pace, senza più paura che qualcuno possa attaccarci, senza più sirene, missili e notti nei rifugi.

Sogno che i bambini possano crescere senza conoscere la guerra, che le famiglie possano vivere tranquille nelle proprie case e che nessuno debba più perdere i propri cari a causa della violenza.

Sogno una pace vera e duratura, nella quale ogni persona possa vivere libera e con dignità. E spero che il dolore che stiamo vivendo oggi possa trasformarsi un giorno in una grande testimonianza del valore della pace e della vita.»

O.I & MaGa

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