VIII DOPO PENTECOSTE

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Storie che accadono. Voci che restano. Approfondimenti, parole e testimonianze

VIII DOPO PENTECOSTE      –          3 agosto 2025

«Dacci un re che sia nostro giudice». (1 Sam 8, 6)

Siamo ad una svolta cruciale della storia biblica: il passaggio dall’epoca dei giudici a quella dei re, grazie alla mediazione di Samuele. Di questo decisivo avvenimento si danno due versioni: una più antica, vede nel re un dono misericordioso di Dio, mentre quella più recente (Dtr) interpreta la nascita del regno

come un rifiuto della regalità di Dio e come un’ostinazione d’Israele a voler imitare le nazioni pagane

(ed è proprio il testo che ci offre oggi la nostra liturgia).

C’è un ritornello che cadenza tutta la storia biblica, pochi decenni dopo l’istituzione della Monarchia (intorno all’anno 1000 a.C.), fino alla caduta di Gerusalemme nel 586: “Egli (il nome del re) fece ciò che è male agli occhi del Signore”. (1 Re 14, 22; 15, 26. 34; ecc.).

Se potessimo fotografare sinteticamente questi tre secoli di storia, sarebbero quanto mai opportune le parole del profeta Amos (VIII sec. a.C.) quando diceva: “Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe (Israele) non si preoccupano”. (6, 4-6)

E un secolo dopo così parlava, amaramente, anche il grande profeta Isaia: “La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia come mai c’è spargimento di sangue; egli attendeva rettitudine, ed ecco grida di oppressi”. (5, 7)

Molto tempo dopo un ‘sapiente’ d’Israele –  Qoelet – poteva sentenziare: “Fortunato te, o paese, che per re hai un uomo saggio e giusto e i tuoi prìncipi mangiano al tempo dovuto, per rinfrancarsi e servire e non per gozzovigliare”. (10, 17)

Ancora una volta, ad un credente ‘pensoso’ di quei secoli, in Israele, si offrivano sempre nuove e laceranti domande: Perché ci sono tra noi coloro che hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali… Perché i potenti calpestano la testa dei poveri come la polvere della terra e fanno deviare il cammino dei miseri? Perché si odia chi fa giuste accuse in tribunale e si detesta chi testimonia secondo verità?

Come siamo arrivati a lasciare tutte le decisioni in mano a pochi? Perché siamo giunti a disinteressarci della giustizia e a non sentirci più responsabili del bene comune?

Perché i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi e sempre più poveri?

Perché i beni della terra che il Signore ha distribuito perché tutti ne traessero sostentamento sono spartiti e goduti da pochi, mentre le moltitudini devono sfamarsi delle briciole?

La risposta a tutte queste domande fu semplice da trovare. Tutto cominciò un giorno in cui i nostri padri vollero che un re li governasse e con presunzione orgogliosa proclamarono: “Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli!”.

Ecco il grande e fondamentale peccato! Non più i comandi del Signore, le leggi e le norme per vivere felici nella terra promessa come popolo di Dio, sua proprietà… ma popolo uguale a tutti i popoli, con leggi uguali a tutte le leggi, leggi sempre fatte dai più forti per i più forti, dai più potenti per i più potenti, da alcuni per i propri amici, da alcuni contro altri, leggi di favore, di comodo, di compiacimento, leggi altisonanti, pompose, assolute,…

Leggi che dicono ciò che è bene e ciò che è male, che definiscono la vita e la morte, che si impongono come valori assoluti, che pretendono fedeltà assoluta, perché pensano di essere verità assoluta.

Così, alla fine, leggi accanto alla legge di Dio,
leggi fatte in nome di Dio,
leggi senza Dio,
leggi contro la legge di Dio.

Ci sarà mai un giorno in cui saranno ristabiliti i valori riaffermate le priorità, ridato il primato a chi realmente lo possiede?

Sì, noi attendiamo e lavoriamo per quel giorno che darà senso a tutti i giorni. Allora si dirà:

Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, ma anche Cesare renda sempre a Dio ciò che è di Dio!

E così per sempre. AMEN.

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